La verità vale più di un'identità

Articoli con tag “Yale

Quella lettera di Tornetta[?]

Alla Beineicke Rare Book & Manuscript Library di Yale, tra i documenti conservati ed etichettati come “Corrispondenza riguardante il manoscritto cifrato MS 408”, esiste questa lettera.

La missiva dattiloscritta è datata 26 Giugno 1911. L’università di YALE la attribuisce in maniera dubitativa a “Marc[o] Tornetta[?]” ipotizzando che il destinatario possa essere Wilfred Voynich.

Firma in calce alla lettera conservata alla Beinecke Rare Book & Manuscript Library di Yale

Nel romanzo di Gritti si fa luce anche su questo documento. Viene evidenziato infatti come dal testo della lettera non si evinca in alcun modo che si stia parlando del manoscritto cifrato. Inoltre viene chiarito che l’autore della stessa sarebbe dovuto essere, non Tornetta, ma MARCO POMETTA S.J., ministro gesuita della Pensione Universitaria “Francesco Petrarca” di Padova.

 

Immagine tratta da “I custodi della pergamena proibita”

Ci siamo chiesti: “Possibile che un secolo di studi sul manoscritto Voynich non abbia chiarito nemmeno chi fosse l’autore di questa lettera?”

Siamo andati in rete alla ricerca di informazioni relative alla Pensione Universitaria “Francesco Petrarca” di Padova detta l’Antonianum in onore del santo patrono della città. Sul sito degli ex alunni, nella sezione riviste storiche, abbiamo trovato un numero della rivista dell’istituto. In particolare nell’edizione di Marzo 1967 dell’ “Antonianum” viene pubblicato l’elenco dei padri rettori e dei direttori che si sono susseguiti nel corso degli anni. Tra i coadiutori nel periodo 1910-1916 risulta, tra gli altri, tale padre POMETTA (vedi immagine in calce).

La Yale può iniziare a togliere qualche punto interrogativo e correggere Tornetta in Pometta…

Annunci

Un autorevole commento da Oxford

Riportiamo un commento della Dr. Anna Castriota che è voluta intervenire sul nostro BLOG ed in particolare sul post relativo alla diatriba tra Voynich e Vizitelly. La ringraziamo sentitamente per il suo intervento.

Salve! devo prima di tutto fare i complimenti a questo blog di cui sono già stata ospite. E’ davvero ben strutturato e ricco di informazioni preziose sul Manoscritto 408, meglio conosciuto come il ”Manoscritto Voynich”. Mi collego quasi quotidianamente a questo sito (impegni e collegamento internet permettendo) e devo dire che sono sempre sorpresa -in modo positivo- dall’abbondanza di materiale acquisito e messo a disposizione del lettore. Inoltre noto con piacere che il presente blog sta avviando una discussione tra internauti riguardo al libro di P. Gritti. E’ importante che ciò avvenga poiché il romanzo ”I Custodi della Pergamena Proibita” merita tutta la pubblicità possibile.

Ho collaborato personalmente con Padre Gritti sulla ricerca del periodo storico in cui si muoveva Voynich (sono docente di ideologie politiche e storia del 20mo secolo ad Oxford). L’abitudine di creare codici cifrati per comunicare messaggi militari o politici è sempre stata pratica comune nel mondo dello spionaggio. Lo era al tempo di Voynich e lo è adesso. Chi non ricorda, per esempio, il ”Codice Enigma” durante la seconda guerra mondiale? ci volle un genio della matematica come Alan Turing per riuscire a decifrarlo. Quindi niente di nuovo sotto il sole. Allora perché il Manoscritto Voynich provoca resistenze da parte del mondo accademico e non, quando si prova a palesarne un significato ed un’origine diversi? A questo proposito devo confessare che ho riletto con molto interesse sia l’articolo di Barlow che la polemica a mezzo stampa tra Voynich e Vizetelly nel 1921 riportati sul blog (complimenti per il lavoro di ricerca). Ci si chiederà come mai a queste voci dissonanti non sia mai stata data la giusta attenzione o il giusto credito. Il motivo è semplice: sia nel 1921, sia attualmente, ci sono interessi che vanno mantenuti. Nuocerebbe enormemente alla Yale University se si diffondesse che una delle sue maggiori ”attrazioni” è in realtà un falso del 20mo secolo. Infatti la reputazione del corpus accademico di quella università ne uscirebbe danneggiata. Inoltre se si accettasse il vero significato celato dal Manoscritto, bisognerebbe riscrivere buona parte della storia del periodo pre e post prima guerra mondiale. Bisognerebbe cioè rivedere e rivisitare il periodo storico tra l’ultima decade del 19mo secolo e le prime due decadi del 20mo secolo. La reputazione di paesi come gli Stati Uniti, per esempio, ne andrebbe pesantemente di mezzo considerando anche il ruolo di superpotenza che questa nazione oggi riveste a livello mondiale. Ecco perché personaggi come Vizetelly o Barlow, ed ora Padre Gritti, vengono attaccati o, nella migliore delle ipotesi, ignorati.
Hanno evidenziato (nel caso di Vizetelly e Barlow) incongruenze importanti o provato (nel caso di Padre Gritti) il vero significato del Ms408 che per molti dovrebbe continuare a rimanere nascosto, preferendo l’ipotesi che la paternità del Manoscritto sia attribuibile a Ruggero Bacone (come lo stesso Voynich inizialmente tentò di fare) o che sia un falso ma non di epoca moderna. Concludo il mio intervento con una citazione presa liberamente dal romanzo di U. Eco “Il Pendolo di Foucault” : “Se si vuole celare un segreto, basta renderlo noto a tutti”.

Dr. Anna Castriota


Lux et Veritas

Alla Beinecke Library dell’Università di Yale esiste un altro documento che da molti studiosi è ritenuto un falso. Si tratta della mappa di Vinland. Qui di seguito riportiamo le informazioni relative a questa mappa disponibili su Wikipedia. Ci ripromettiamo, magari anche con il vostro aiuto, di inserire una sezione specifica di approfondimento relativa ai falsi storici più famosi. L’intento in definitiva è di fare nostro il motto stesso della Yale: Luce e Verità.

La Mappa di Vinland

(Da Wikipedia, l’enciclopedia libera)

La Mappa di Vinland: rappresenta tutto il mondo conosciuto nel XV secolo. Il Vinland è la grande isola in alto a sinistra, a sud-ovest della Groenlandia.

La mappa di Vinland (in inglese: Vinland Map) è una presunta carta geografica del XV secolo copia di un originale del XIII secolo. Essa è disegnata con inchiostro su pergamena e le sue dimensioni sono 28×40 cm. Essa rappresenta tutta l’ecumene nel XV secolo: oltre ad includere Europa, Asia e Africa, rappresenta anche Islanda, Groenlandia e più ad ovest, una terra denominata Vinilanda Insula (“isola di Vinland”), con un’iscrizione che parla della sua scoperta da parte dei Vichinghi nell’XI secolo. Nell’Atlantico sono inoltre disegnate alcune isole presenti in resoconti leggendari come quello della navigazione di san Brandano.

Lo scalpore suscitato dalla sua scoperta deriva proprio dal fatto di raffigurare, nel mondo allora conosciuto, la Vinilanda Insula: se autentica, la mappa di Vinland conterrebbe quindi la più antica rappresentazione del Nuovo Mondo, confermando eventualmente la tesi della frequentazione vichinga dell’America.

L’autenticità della mappa è stata però messa in dubbio sin dalla sua pubblicazione, nel 1965, e sia le analisi chimiche[1] che le monografie scientifiche[2] più recenti hanno indicato che si tratta di un falso.

Storia

La Mappa di Vinland venne trovata negli anni cinquanta in una biblioteca privata, rilegata insieme a un trattato intitolato Relazione Tartara, resoconto della spedizione in Mongolia del frate francescano Giovanni da Pian del Carpine.

Nel 1957 il trattato e la mappa furono offerti al British Museum che dopo averli esaminati rinunciò ad acquistarli perché la loro provenienza non era documentata e la rilegatura era recente, il che faceva sospettare che i due documenti non fossero originalmente uniti insieme. Inoltre la Relazione Tartara era sconosciuta e non vi era certezza della sua autenticità; i dubbi su di essa vennero fugati solo nel 2004 quando ne venne scoperta un’altra copia a Lucerna, in Svizzera.

La relazione e la mappa vennero quindi venduti dall’Italiano Enzo Ferrajoli a Laurence Witten, un libraio di New Haven, negli Stati Uniti, per 3500 dollari. Poco tempo dopo Witten e Thomas Marston, bibliotecario della Yale University, scoprirono che alcuni fori praticati dalle tarme corrispondevano a quelli presenti su un altro volume, una copia dello Speculum Historiae di Vincent de Beauvais, un testo sicuramente medioevale. Ciò dimostrava che i due libri e la mappa erano stati un tempo rilegati insieme.

La Yale University acquistò quindi entrambi i volumi per circa 300.000 dollari e nel 1965 pubblicò il libro The Vinland Map and the Tartar Relation, nel quale si sosteneva l’autenticità della mappa e si ipotizzava che fosse stata disegnata intorno al 1440, in occasione del Concilio di Basilea, e che le informazioni in essa contenute derivassero da un viaggio nel Vinland compiuto nel XII secolo da Eric Gnupsson, primo vescovo della Groenlandia, come affermano le iscrizioni sulla mappa stessa. A favore dell’autenticità si espressero anche molti partecipanti (ma non tutti) ad un convegno organizzato l’anno successivo dallo Smithsonian Institute.

La situazione cambiò nel 1974 quando la mappa venne sottoposta ad esami scientifici: Walter McCrone, l’autore degli esami, affermò di avere scoperto che l’inchiostro usato per disegnare la mappa era di fabbricazione recente, non anteriore al 1920. Nel 2002, l’esame del carbonio 14 ha mostrato che la pergamena su cui la mappa è disegnata risale alla prima metà del XV secolo; tuttavia resta la possibilità che un falsario moderno si sia procurato una pergamena d’epoca.

Studi scientifici

Nel 1974 e nel 1991, analisi effettuate dal microscopista Walter McCrone del McCrone Research Institute di Chicago sull’inchiostro della mappa, mediante spettroscopia XRD e SEM, rilevarono la presenza di particelle micrometriche di anatasio, una forma di ossido di titanio (TiO2). L’anatasio è utilizzato nella pittura con il nome di bianco di titanio, ma viene prodotto soltanto dal 1920, poiché prima non era possibile raffinarlo. McCrone concluse quindi che la mappa era opera di un falsario della prima metà del XX secolo, che avrebbe usato l’anatasio per simulare l’ingiallimento dell’inchiostro dandogli l’apparenza di antichità.

Un altro dato contrario all’autenticità era la precisione del disegno della Groenlandia, considerata anacronistica rispetto alla datazione presunta del XV secolo.

Negli anni successivi altri studiosi sostennero l’autenticità della mappa, asserendo che l’anatasio poteva essere un prodotto di degradazione naturale dell’inchiostro, e successive analisi, in contrasto con i risultati pubblicati da McCrone, documentarono concentrazioni di titanio molto basse, tali da poter essere considerate contaminazioni di altri inchiostri.

La spettroscopia Raman del 2001 di R. Clark e K. Brown, ricercatori del Christopher Ingold Laboratories dello University College di Londra, effettuata con laser rosso λ = 632.8 nm, rilevò due colori sulla pergamena: righe gialle e righe nere sovrapposte alle gialle, ma in gran parte svanite. L’analisi delle righe nere fornì indicazioni circa un inchiostro a base di carbone. L’analisi delle righe gialle mostrò un’elevata fluorescenza di fondo, dovuta a leganti organici, ma ciò non impedì la determinazione dell’anatasio. Il fatto che fosse presente solo in determinati punti della pergamena portò alla conclusione che la sua presenza sia intenzionale e non dovuta a contaminazioni ambientali. Nel libro The Tartar Relation, il resoconto del viaggio in Mongolia in cui la mappa fu rinvenuta, sono presenti le stesse linee nere, con risultati alle analisi diversi rispetto alla mappa. Questo proverebbe che i due documenti non sono opera della stessa mano. L’ipotesi conclusiva del gruppo di Clark rinforza quella di McCrone, e cioè che un falsario abbia creato l’effetto di deterioramento sulla pergamena con l’inchiostro gallotannato: il disegno sulla pergamena risalirebbe al XX secolo.

La datazione al radiocarbonio effettuata nel 2002 ha stabilito che la pergamena su cui la mappa è disegnata risale al 1434±11, ma ciò non esclude che il disegno possa essere di epoca posteriore. Il falsario, in questa ipotesi, avrebbe usato una pergamena antica per rendere più credibile la mappa.

Nel 2002 il periodico Sunday Times pubblicò l’opinione di una studiosa di rotte ed esplorazioni del Nord Atlantico. Secondo questa studiosa, il falso è attribuibile a padre Joseph Fisher, un gesuita austriaco, che avrebbe disegnato la mappa intorno agli anni Trenta, su un foglio di pergamena ricavato da un volume del 1440. L’esperta giunse a questa conclusione sulla base del confronto calligrafico e basandosi sull’esperienza in campo cartografico di padre Fisher, il quale si suppone abbia creato il falso in preda ad una profonda depressione, dopo che nel 1934 le sue credenziali accademiche erano state messe pubblicamente in discussione.