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Un Barlowme nella notte

Era l’ottobre del 1986 quando sulla rivista Cryptologia (vol.10, n°4) venne pubblicato un articolo a firma Michael Barlow dall’inequivocabile titolo: “Il manoscritto Voynich: realizzato dallo stesso Voynich?”. In questo lavoro sono presentati molti dei temi trattati nel romanzo “I custodi della pergamena proibita” di Aldo Gritti, su tutti: la tesi più importante, quella secondo la quale il famoso MS408 è un manoscritto realizzato dallo stesso Voynich.

Immagine originale della prima pagina dell’articolo disponibile al link http://www.tandfonline.com

L’articolo di Barlow prende spunto dalla monografia di Mary D’ImperioVoynich Manuscript: an elegant enigma” ed evidenzia come in questo saggio vengano descritti minuziosamente tutti i tentativi effettuati per dare un significato al manoscritto, risultando, in definitiva, una sorta di “punto della situazione” degli studi effettuati fino al 1976. La sensazione che si ha è quella che lo stesso Barlow prenda a pretesto il saggio della D’Imperio per effettuare a sua volta un “punto della situazione” sul “punto della situazione”. E’ con toni tra l’ironico e il sarcastico che l’autore sottolinea che non si ha ancora alcuna risposta alle mille domande generate dall’enigmatico manoscritto e che per questo sarebbe auspicabile che le ricerche proseguano per averne almeno una. Contemporaneamente, però, si può fare affidamento su quelli che possono essere considerati gli unici punti fermi raggiunti, frutto di decenni di studi, e che l’articolo riassume in questo modo:

  • I botanici sostengono che la sezione botanica non ha alcun senso.
  • Gli astronomi sostengono che la sezione astrologica non ha alcun senso.
  • Anche gli astrologi dicono che la sezione astrologica non ha alcun senso.
  • Gli esperti in farmacologia dicono che la sezione farmacologica non ha alcun senso.
  • I crittografi affermano che la cifratura non ha alcun senso.
  • Gli storici dell’arte non riescono a datare i disegni.
  • I bibliografi non riescono a datarne la scrittura.
  • Non esiste alcun esempio simile per stile, presentazione o produzione.

Sono passati altri 26 anni dalla pubblicazione di questo articolo e non è difficile verificare come quei punti fermi citati da Barlow siano ancora gli unici definibili come tali, a parte la datazione della pergamena al radiocarbonio 14 del 2009. L’autore dell’articolo, infatti, elenca gli insuccessi relativi alla comprensione del manoscritto per evidenziare altre caratteristiche che ruotano intorno alle pagine del Voynich e che risultano quantomeno sospette. In particolare Barlow si chiede come mai, almeno fino al 1986, non siano mai state compiute analisi scientifiche sui pigmenti o sulla pergamena, ed inoltre afferma che pur essendo evidente che alcuni studiosi del manoscritto abbiano considerato l’ipotesi che potesse trattarsi di un falso, gli stessi hanno voluto seguire quegli ‘indizi’ i quali indicavano che, se di frode si trattava, questa era compiuta nel 1650 ai danni di Rodolfo II di Praga. Tuttavia appare evidente che questi ‘indizi’ siano originariamente suggeriti proprio dallo stesso Voynich.

A questo punto nell’articolo di Cryptologia vengono affrontate alcune questioni particolarmente importanti. Michael Barlow, infatti, focalizza quali siano i soli fatti certi ed incontrovertibili per poi arrivare a porsi una domanda:

  • Voynich presenta al mondo il manoscritto nel 1921
  • Voynich dichiara di averlo acquistato nel 1912. Nove anni prima.
  • Voynich ha speso una cifra considerevole per acquistare il libro, non senza superare delle avversità per ottenerlo.
  • Voynich acquista un manoscritto unico e particolarmente insolito.

Come mai invece di urlare ai quattro venti la sua scoperta, come farebbe qualsiasi buon venditore, il libro non viene aperto se non nel 1921 quando  – sorpresa! – viene trovata una lettera all’interno, guarda caso del 1665 (o1666), e che lo stesso Voynich aveva omesso di leggere? Come mai dopo aver speso tempo, risorse, affrontato problemi e trovandosi di fronte un libro incomprensibile non c’è stata più attenzione rivolta alla presenza o meno di questa lettera?

Ma Barlow va oltre. Sottolineando come la vendita del manoscritto a Voynich avvenga ad opera dei Gesuiti di Villa Mondragone e come la biblioteca del collegio fosse stata donata al Vaticano sin dal 1620, si chiede:

  • Il Vaticano avrebbe dovuto dare la sua approvazione circa la vendita?
  • Sembra che la vendita dovesse rimanere segreta per tutelare ulteriori eventuali acquisti. Segreta per chi? Per il Vaticano?
  • Perché il venditore non ha venduto il MS al miglior offerente?
  • Nessun altro commerciante era a conoscenza di questa offerta?
  • Non appare invece tutto ciò come un modo pulito per Voynich per calare una tenda su di un passato troppo facilmente ripercorribile?
  • Siamo sicuri che il MS venduto a Villa Mondragone sia lo stesso MS che oggi chiamiamo Manoscritto Voynich?
  • E’ possibile poi che questo manoscritto sia rimasto a Villa Mondragone per 247 anni, come ipotizzato dallo stesso Voynich, senza che nessuno gli prestasse attenzione?

Tralasciando il giallo della firma cancellata di Jacobus Horcicky de Tepenecz, Barlow fa notare un’ altra particolare coincidenza: Voynich in prima battuta suggerisce che il manoscritto potesse essere stato opera di Ruggero Bacone e quindi implicitamente di aver subìto quattro secoli di silenzio. Lo stesso Voynich afferma però che  “è dopo qualche tempo che il manoscritto fu nelle mie mani che lessi il documento che portava la data del 1665 ( o 1666)…”. Voynich si riferisce alla lettera di Marci che, guarda caso, avvalora la tesi che il manoscritto sia opera di Bacone. Insomma Voynich e Marci sembra la pensino allo stesso modo. Nemmeno se Voynich l’avesse scritta di suo pugno sarebbe potuto arrivare un documento che potesse sostenere in modo migliore la sua tesi!

Ovviamente, tra le righe dell’articolo di Cryptologia, sorgono ulteriori domande: Chi meglio di un commerciante di libri antichi poteva sapere che un libro “pieno di geroglifici” esisteva (il riferimento è a quello di John Dee 1600) e che sarebbe tornato alla ribalta sotto Rodolfo II ? Quale suggerimento migliore si poteva dare se non quello di attribuire l’ambientazione del MS Voynich sempre alla corte di Rodolfo II ? E ancora: chi meglio di un commerciante di libri antichi avrebbe potuto procurarsi della pergamena intonsa? Chi meglio di qualcuno vissuto tra il 1912 e il 1920 avrebbe potuto produrre un testo manoscritto senza errori e in un tempo molto minore di quello necessario nel 15° secolo utilizzando tecnologie più evolute?

In definitiva Barlow arriva a formulare delle conclusioni al suo molto sorprendente articolo:

  • L’incontestato valore economico del libro potrebbe essere un fattore che impedisce l’accertamento della frode. 
  • La “bufala” dell’uomo di Piltdown (1911) e la biografia di John Dee pubblicata  da Fell-Smith (1904) sarebbero potuti essere due degli eventi che hanno ispirato e supportato Voynich nella generazione del falso.
  • Sarebbe opportuno sapere di più circa l’uomo Voynich.
  • Non sono ben chiari i motivi per cui Voynich avrebbe voluto produrre questa frode.
  • Tutti i misteri legati al manoscritto potrebbero essere spiegati esaustivamente se questo venisse considerato un’opera realizzata dallo stesso Voynich

Proprio alla conclusione dell’articolo di Cryptologia, l’autore quasi profetizza: “[…] Forse Voynich era un uomo in grado di gioire in segreto dei fallimenti ottenuti dai suoi colleghi nel tentativo di svelare il contenuto del manoscritto, ma magari quest’uomo avrebbe potuto anche lasciare una lettera al suo direttore di banca, da aprirsi dopo la sua morte e con il fine ultimo di spiegare ogni cosa. Probabilmente questa lettera esiste, ma con un’attesa di tempo superiore, forse 100 anni. […]”

In chiusura alcune osservazioni che vogliono aggiungere  i curatori di questo BLOG con la speranza che possano essere motivo di riflessione per quei lettori che passeranno a leggere questo post. Non possiamo far a meno di notare che l’ipotesi di Michael Barlow è citata sempre molto a margine, se non addirittura per nulla, tra l’elenco delle ipotesi formulate sul MS Voynich. Eppure di tutte è la meno confutabile e quella che ancor oggi può dare più risposte alle mille domande aperte sul mistero legato al manoscritto. La sintesi dell’articolo qui riportata, non rende giustizia all’insieme delle incongruenze segnalate e quindi invitiamo ad approfondire direttamente sull’articolo originale disponibile in download, purtroppo a pagamento, al seguente link.

Ci sembra doveroso sottolineare che a distanza di 26 anni dalla pubblicazione di questo articolo, gli studi scientifici auspicati dall’autore, scarseggiano. Le analisi dei materiali effettuate ci sembrano essere insufficienti e ci si chiede perché non venga effettuato uno ion migration test sul MS che permetta di verificare quando l’inchiostro è entrato in contatto con la pergamena. In conclusione ci sembra che Aldo Gritti risponda esaustivamente al lavoro di Barlow rispondendo a molte delle domande presenti nell’articolo di Cryptologia del 1986. Gritti, seppur in chiave di fiction, completa un quadro storico finora del tutto oscuro dando luce al contesto in cui operava l’uomo Michał Habdank-Wojnicz. Aggiunge la descrizione di fatti, eventi e prove a sostegno della tesi che vede Voynich stesso come autore di una delle più grandi farse mai realizzate. Ogni pezzo del puzzle trova il suo posto e il quadro finale risulta in egual misura chiaro e sconcertante. Come è possibile che l’articolo di Michael Barlow sia stato risucchiato in un tornado di assordante silenzio? C’è un legame tra la profezia alla conclusione dell’articolo e Aldo Gritti?

 

 

 

 

 

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Lux et Veritas

Alla Beinecke Library dell’Università di Yale esiste un altro documento che da molti studiosi è ritenuto un falso. Si tratta della mappa di Vinland. Qui di seguito riportiamo le informazioni relative a questa mappa disponibili su Wikipedia. Ci ripromettiamo, magari anche con il vostro aiuto, di inserire una sezione specifica di approfondimento relativa ai falsi storici più famosi. L’intento in definitiva è di fare nostro il motto stesso della Yale: Luce e Verità.

La Mappa di Vinland

(Da Wikipedia, l’enciclopedia libera)

La Mappa di Vinland: rappresenta tutto il mondo conosciuto nel XV secolo. Il Vinland è la grande isola in alto a sinistra, a sud-ovest della Groenlandia.

La mappa di Vinland (in inglese: Vinland Map) è una presunta carta geografica del XV secolo copia di un originale del XIII secolo. Essa è disegnata con inchiostro su pergamena e le sue dimensioni sono 28×40 cm. Essa rappresenta tutta l’ecumene nel XV secolo: oltre ad includere Europa, Asia e Africa, rappresenta anche Islanda, Groenlandia e più ad ovest, una terra denominata Vinilanda Insula (“isola di Vinland”), con un’iscrizione che parla della sua scoperta da parte dei Vichinghi nell’XI secolo. Nell’Atlantico sono inoltre disegnate alcune isole presenti in resoconti leggendari come quello della navigazione di san Brandano.

Lo scalpore suscitato dalla sua scoperta deriva proprio dal fatto di raffigurare, nel mondo allora conosciuto, la Vinilanda Insula: se autentica, la mappa di Vinland conterrebbe quindi la più antica rappresentazione del Nuovo Mondo, confermando eventualmente la tesi della frequentazione vichinga dell’America.

L’autenticità della mappa è stata però messa in dubbio sin dalla sua pubblicazione, nel 1965, e sia le analisi chimiche[1] che le monografie scientifiche[2] più recenti hanno indicato che si tratta di un falso.

Storia

La Mappa di Vinland venne trovata negli anni cinquanta in una biblioteca privata, rilegata insieme a un trattato intitolato Relazione Tartara, resoconto della spedizione in Mongolia del frate francescano Giovanni da Pian del Carpine.

Nel 1957 il trattato e la mappa furono offerti al British Museum che dopo averli esaminati rinunciò ad acquistarli perché la loro provenienza non era documentata e la rilegatura era recente, il che faceva sospettare che i due documenti non fossero originalmente uniti insieme. Inoltre la Relazione Tartara era sconosciuta e non vi era certezza della sua autenticità; i dubbi su di essa vennero fugati solo nel 2004 quando ne venne scoperta un’altra copia a Lucerna, in Svizzera.

La relazione e la mappa vennero quindi venduti dall’Italiano Enzo Ferrajoli a Laurence Witten, un libraio di New Haven, negli Stati Uniti, per 3500 dollari. Poco tempo dopo Witten e Thomas Marston, bibliotecario della Yale University, scoprirono che alcuni fori praticati dalle tarme corrispondevano a quelli presenti su un altro volume, una copia dello Speculum Historiae di Vincent de Beauvais, un testo sicuramente medioevale. Ciò dimostrava che i due libri e la mappa erano stati un tempo rilegati insieme.

La Yale University acquistò quindi entrambi i volumi per circa 300.000 dollari e nel 1965 pubblicò il libro The Vinland Map and the Tartar Relation, nel quale si sosteneva l’autenticità della mappa e si ipotizzava che fosse stata disegnata intorno al 1440, in occasione del Concilio di Basilea, e che le informazioni in essa contenute derivassero da un viaggio nel Vinland compiuto nel XII secolo da Eric Gnupsson, primo vescovo della Groenlandia, come affermano le iscrizioni sulla mappa stessa. A favore dell’autenticità si espressero anche molti partecipanti (ma non tutti) ad un convegno organizzato l’anno successivo dallo Smithsonian Institute.

La situazione cambiò nel 1974 quando la mappa venne sottoposta ad esami scientifici: Walter McCrone, l’autore degli esami, affermò di avere scoperto che l’inchiostro usato per disegnare la mappa era di fabbricazione recente, non anteriore al 1920. Nel 2002, l’esame del carbonio 14 ha mostrato che la pergamena su cui la mappa è disegnata risale alla prima metà del XV secolo; tuttavia resta la possibilità che un falsario moderno si sia procurato una pergamena d’epoca.

Studi scientifici

Nel 1974 e nel 1991, analisi effettuate dal microscopista Walter McCrone del McCrone Research Institute di Chicago sull’inchiostro della mappa, mediante spettroscopia XRD e SEM, rilevarono la presenza di particelle micrometriche di anatasio, una forma di ossido di titanio (TiO2). L’anatasio è utilizzato nella pittura con il nome di bianco di titanio, ma viene prodotto soltanto dal 1920, poiché prima non era possibile raffinarlo. McCrone concluse quindi che la mappa era opera di un falsario della prima metà del XX secolo, che avrebbe usato l’anatasio per simulare l’ingiallimento dell’inchiostro dandogli l’apparenza di antichità.

Un altro dato contrario all’autenticità era la precisione del disegno della Groenlandia, considerata anacronistica rispetto alla datazione presunta del XV secolo.

Negli anni successivi altri studiosi sostennero l’autenticità della mappa, asserendo che l’anatasio poteva essere un prodotto di degradazione naturale dell’inchiostro, e successive analisi, in contrasto con i risultati pubblicati da McCrone, documentarono concentrazioni di titanio molto basse, tali da poter essere considerate contaminazioni di altri inchiostri.

La spettroscopia Raman del 2001 di R. Clark e K. Brown, ricercatori del Christopher Ingold Laboratories dello University College di Londra, effettuata con laser rosso λ = 632.8 nm, rilevò due colori sulla pergamena: righe gialle e righe nere sovrapposte alle gialle, ma in gran parte svanite. L’analisi delle righe nere fornì indicazioni circa un inchiostro a base di carbone. L’analisi delle righe gialle mostrò un’elevata fluorescenza di fondo, dovuta a leganti organici, ma ciò non impedì la determinazione dell’anatasio. Il fatto che fosse presente solo in determinati punti della pergamena portò alla conclusione che la sua presenza sia intenzionale e non dovuta a contaminazioni ambientali. Nel libro The Tartar Relation, il resoconto del viaggio in Mongolia in cui la mappa fu rinvenuta, sono presenti le stesse linee nere, con risultati alle analisi diversi rispetto alla mappa. Questo proverebbe che i due documenti non sono opera della stessa mano. L’ipotesi conclusiva del gruppo di Clark rinforza quella di McCrone, e cioè che un falsario abbia creato l’effetto di deterioramento sulla pergamena con l’inchiostro gallotannato: il disegno sulla pergamena risalirebbe al XX secolo.

La datazione al radiocarbonio effettuata nel 2002 ha stabilito che la pergamena su cui la mappa è disegnata risale al 1434±11, ma ciò non esclude che il disegno possa essere di epoca posteriore. Il falsario, in questa ipotesi, avrebbe usato una pergamena antica per rendere più credibile la mappa.

Nel 2002 il periodico Sunday Times pubblicò l’opinione di una studiosa di rotte ed esplorazioni del Nord Atlantico. Secondo questa studiosa, il falso è attribuibile a padre Joseph Fisher, un gesuita austriaco, che avrebbe disegnato la mappa intorno agli anni Trenta, su un foglio di pergamena ricavato da un volume del 1440. L’esperta giunse a questa conclusione sulla base del confronto calligrafico e basandosi sull’esperienza in campo cartografico di padre Fisher, il quale si suppone abbia creato il falso in preda ad una profonda depressione, dopo che nel 1934 le sue credenziali accademiche erano state messe pubblicamente in discussione.