La verità vale più di un'identità

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System ReBooth

Avete presente quei giorni in cui il vostro computer fa i capricci e capita che avvengano strani e spiacevoli imprevisti? Accade ad esempio che i programmi vadano lentissimi, oppure non si aprano le finestre desiderate, la chiavetta non viene riconosciuta o anche che il nostro editor si presenti con i comandi scritti in qualche dialetto bulgaro, magari invece è solo il puntatore del mouse che, rimasto immobile, non ne vuole sapere di spostarsi di un centimetro, magari invece è la tastiera che si è messa a produrre punti interrogativi al posto di doppi apici… Insomma, senza citarle tutte, avrete capito che si parla di quelle circostanze in cui c’è qualcosa a non funzionare, causata da una qualsiasi della tante fastidiose evenienze possibili…

Prima di ricorrere al tecnico o all’amico esperto, prima di acquistare manuali che prospettano rassicuranti panacee informatiche, prima di avviare l’antivirus o di cercare in rete una possibile soluzione… prima di ogni cosa…  si effettua l’operazione più gettonata in assoluto: il riavvio del computer. Se il problema non  è grave il risultato è garantito. Lo stesso tecnico ci chiederebbe come prima informazione:  “Ha riavviato il pc?”.

Questa procedura implica la reinizializzazione del sistema operativo, il ritorno alla configurazione originale di partenza. Il riavvio effettua una pulizia automatica delle aree di memoria da tutte le corruzioni possibili. Insomma è il modo più veloce per azzerare tutto ciò che si è fatto e tornare ad una situazione “pulita”. Certo non sempre i problemi informatici si risolvono in questo modo, ma in parecchie circostanze abbiamo la possibilità di effettuare quanto raramente è realizzabile nella vita: cancellare gli errori e ripartire da capo come se non fosse accaduto nulla. In termini informatici l’operazione descritta si chiama System Reboot.

Giocando con le parole siamo arrivati a fare un parallelo tra questo post e il riavvio informatico di un sistema operativo. Così il System Reboot è diventato un System ReBooth per indicare che torneremo a parlare del personaggio W.S. Booth già protagonista del post: “Una gentile concessione”. (vi consigliamo di rileggere il post precedente perché questo appare a tutti gli effetti esserne un sequel)

Anche in questo caso ringraziamo Aldo Gritti per l’ulteriore gentile concessione. L’immagine che pubblichiamo fa parte del romanzo “I Custodi della Pergamena Proibita” e l’autore l’ha scovata negli archivi dell’US Bureau of Investigation.

Se qualcuno ravvisasse qualsiasi tipo di violazione di diritti può comunicarlo all’indirizzo voynich2012@libero.it dove prenderemo in considerazione la segnalazione. 

Si tratta di una lettera inviata da W.S. Booth   al Dipartimento di Giustizia, da lui scritta, per dare informazioni proprio circa la lettera, in precedenza ricevuta da W.M. Voynich. E’ un’incisiva analisi del nostro personaggio. In calce all’immagine della lettera è presente la sua traduzione in italiano (tra parentesi viene tradotto il testo manoscritto).

Non aggiungiamo altro perché il documento parla da solo, se non che Wilfred Michael Voynich appare in maniera evidente al centro dell’attenzioni dei Servizi Segreti americani e quindi un personaggio sospetto.

Ci piace condividere con i lettori questa considerazione: sarebbe davvero auspicabile nel caso del manoscritto Voynich che si facesse una sorta di System Reboot. Liberarsi da tutte le congetture esistenti e provare a pensare in maniera diversa senza pregiudizi di sorta… Chissà se quella, da qualcuno etichettata come una mera operazione commerciale, non possa risultare invece la chiave di lettura giusta!

Restate sintonizzati.

 

Riproduzione vietata. All right reserved

W.S. Booth 120 Tremont Street

Stanza 314 Boston Mass

Telefono- Main 2069-M

Cable- “Gravecorn” Boston

 

Dipartimento di Giustizia, Washington D.C.

Gentili Signori,
Non ho motivo di pensare che il Sig. Voynich non si occupi esclusivamente della vendita di libri, ma la lettera allegata da lui scrittami, merita più di un momento di considerazione date le difficoltà da voi riportate con le spie
.

Tutto quello che so di Voynich è che è un libraio molto noto, che mi ha riferito di aver portato praticamente tutti i suoi beni (all’incirca un milione di dollari, così mi ha detto) da Londra sotto forma di libri e Mss; che lui è arrivato qui (in America) all’incirca sei mesi dopo lo scoppio della guerra in Europa.

Ho capito che è un soggetto britannico, sposato con una donna inglese; che è austriaco di nascita; un ebreo; che non è leale nei confronti del paese che lo ha adottato. Dichiara grande diffidenza per la Russia, ed ammirazione per la capacità tedesca ad operare. Attualmente potrebbe aver cambiato opinione.

Per quanto riguarda la possibilità che il Ms attribuito a Ruggero Bacone possa essere usato come mezzo di comunicazione con qualcuno al dipartimento, vi accludo la lettera del Sig. Voynich per il vostro archivio. Voynich mi ha riferito che vi sono pochi posti in Europa di cui non è pratico. Mi ha riferito che ha rapporti con i Capi di Stato grazie al suo lavoro. E’ chiaramente un millantatore, ed un buon commerciante e racconta storie affascinanti e misteriose delle sue avventure alla ricerca di biblioteche nascoste o perdute. (Tutto questo subito dopo il suo arrivo).

Sinceramente Vostro W.S. Booth


Eric il falsario… Yes, he can! 

Ci piace raccontare qualcosa di Eric Hebborn, falsario inglese dalle sfumature leggendarie, in grado di far passare per autentici un Bruegel o un Pontormo realizzati da lui stesso. E’ assai probabile che i musei e le gallerie di tutto il mondo mettano in mostra ancora sue opere accreditate a ben più famosi artisti di ogni epoca. La morte del re dei falsari è sopravvenuta il 10 gennaio 1996, in un ospedale di Roma, la città che lo ospitava da anni e che in quel giorno lo dimenticò considerandolo troppo frettolosamente un clochard. Finì in ospedale perché ubriaco e vittima di una maldestra passeggiata che gli procurò l’incidente fatale. Probabilmente non si saprà mai se fu davvero un incidente o qualcosa di diverso.

Il maestro dell’imbroglio d’arte fu reo confesso in un libro apparso in Italia nel 1994 ( Troppo bello per essere vero – Autobiografia di un falsario, Neri Pozza Editore) di lì a poco seguì l’ancor più pratico Manuale del falsario. Viene qui di seguito presentata un’intervista fatta allo stesso Eric Hebborn e andata in onda su Canala 5 poco prima della sua prematura e misteriosa morte. Dopo averla vista faremo insieme qualche considerazione…

Prima di effettuare qualsiasi osservazione specifichiamo che il testo “The Art Forger’s Handbook” di Hebborn fa parte della bibliografia del romanzo “I custodi della pergamena proibita” di Aldo Gritti.

Numerosi musei e gallerie rifiutarono di ammettere che i Pontormo e i Bronzino, ma anche i Piranesi, i Tiepolo e i Corot che tenevano esposti, fossero in realtà degli Hebborn. Solo in un secondo tempo ritirarono con discrezione le opere… Ergo: quando si palesa la falsità di qualsiasi opera c’è da fare i conti con gli interessi del proprietario.

In riferimento a quanto detto nell’intervista dallo stesso Hebborn e relativo al reperimento dei fogli sui quali disegnava, se facessimo un esame al radiocarbonio di un suo disegno, secondo voi, che datazione otterremmo? ma soprattutto: il risultato di quell’esame ci direbbe ancora qualcosa sulla sua autenticità?

Perchè i più importanti musei del mondo sono stati ingannati anche se mai avrebbero ammesso il contrario, mentre non dovrebbe essere possibile per altri falsificare una pergamena antica in epoca moderna?

Hebborn è stato un genio randagio e solitario? Oppure ci sono e ci sono stati altri falsari che rendono i musei e le gallerie del mondo dei siti in cui avvengono potenziali esposizioni di altri oggetti non autentici? Quanto è diffusa l’arte della falsificazione? e quante persone potenti sono interessate a non far sapere niente di questo mondo?

Per ulteriori approfondimenti sulla storia di Eric Hebborn segnaliamo due link:

sul mistero della sua morte (qui)

sulla sua biografia (qui)


1921… La diffidenza di Vizetelly

  

Il 26 Marzo del 1921, a pagina 4 dello storico quotidiano New York Tribune, appariva un piccolo articolo (vedi immagine 1) che annunciava una particolare notizia:

Immagine 1. Articolo originale digitalizzato del New York Tribune pubblicato il 26 marzo 1921. Per navigare sull’intera pagina del quotidiano clicca sull’immagine.

Bacone usava il telescopio nel XIII secolo

Il manoscritto cifrato prova che era già noto anche il microscopio

“La scoperta di manoscritti cifrati rozzamente illustrati dimostra che Ruggero Bacone, vissuto nel XIII secolo, già utilizzava microscopi e telescopi all’avanguardia, strumenti generalmente attribuiti ad inventori del XVII secolo”. La notizia è stata resa nota dal dottor Wilfred M. Voynich, noto bibliografo. “I disegni rivelano”, egli ha detto, “che Bacone osservò oggetti celesti e particolari anatomici mai osservati prima e visibili agli occhi umani solo quattrocento anni dopo. Il dottor William Romaine Newbold, dell’università della Pennsylvania, ha scoperto la chiave per decifrare il codice utilizzato da Bacone nel redigere la sua opera e ora è in grado di decriptarlo”, ha affermato il dottor Voynich e poi ha aggiunto “per secoli il manoscritto è passato di mano in mano senza che a nessuno fosse noto il contenuto”. Il dottor Voynich e il dottor Newbold stanno per descrivere le loro scoperte il mese prossimo presso il College of the Physicians.

 Il 31 Marzo 1921 il New York Tribune, a pagina 8, pubblica una lettera all’editore, datata 26 Marzo (vedi immagine 2), in cui Frank Horace Vizetelly, lessicografo etimologista ed editore di origine inglese, residente a New York, chiede chiarimenti su quanto riportato dal dottor Wilfred Michael Voynich in merito alla notizia data il giorno 26 sul New York Tribune: la scoperta di un manoscritto cifrato il quale dimostra che Ruggero Bacone utilizzò potenti microscopi e telescopi. L’annuncio riguarda inoltre la scoperta della chiave del codice usato da Bacone ad opera del dottor William Romaine Newbold. Vizetelly pone a Voynich una domanda diretta e lo fa proprio nella chiusura della lettera.

“Ciò che è particolarmente interessante sapere circa l’annuncio del Dr. Wilfred Voynich, noto bibliografo, è : Da dove viene ‘il manoscritto cifrato rozzamente illustrato’? e come possiamo assicurarcene? E’ possibile che sia parte del bottino della desolata Douai?” 

Immagine 2. Rielaborazione grafica della lettera originale di Vizetelly pubblicata il 31 marzo del 1921 sul New York Tribune. Clicca sull’immagine per la traduzione completa e il link alla pagina completa del quotidiano.

 Il 4 aprile, sempre sulle pagine del New York Tribune (vedi immagine 3), Voynich  risponde a Vizetelly in questo modo: 

Immagine 3. Rielaborazione grafica della lettera originale pubblicata il 4 aprile 1921 sul New York Tribune. Clicca sull’immagine per accedere alla pagina originale completa del quotidiano.

 

Il Telescopio di Ruggero Bacone

Anche il suo microscopio appare nel manoscritto cifrato del Dottor Voynich

All’editore del Tribune

Sig: la lettera, peraltro molto interessante, di Frank H. Vizetelly sul mio manoscritto cifrato di Ruggero Bacone, apparsa sul numero del 31 Marzo, contiene alcune imprecisioni che vorrei correggere. Nel dare alcune informazioni alla stampa in merito alla conferenza sul mio manoscritto, che avrà luogo a Philadelphia e sarà tenuta dal Prof. W. Romaine Newbold, il Dott Clarence E. McClung e da me, non ho mai dichiarato che Ruggero Bacone avesse inventato o costruito un microscopio, ma ho riportato in parte un paragrafo dell’ annuncio delle conferenze in cui si dichiara che i disegni nel mio manoscritto provano che Ruggero Bacone possedesse un microscopio ad alta risoluzione ed un telescopio e attraverso questi strumenti abbia visto e disegnato oggetti celesti e parti anatomiche che, per quello che sappiamo, non sono mai stati osservati prima da occhio umano e non saranno osservati per secoli.

Ciò è rilevante poiché molti studiosi di Storia delle Scienze, discutono sull’eventualità che Bacone abbia costruito un telescopio o abbia solo scritto la teoria dell’ottica. Mr. Vizetelly fa riferimento al fatto che il Dr. Smith nel suo “Sistema Completo sull’Ottica” deduce che Bacone non ha mai osservato attraverso un telescopio. Per quanto riguarda i riferimenti fatti da Mr. Vizetelly e relativi ad Alkendi e ad Alhazan, predecessori di Bacone nello studio dell’ottica, va considerato che Bacone era a conoscenza degli studi di questi e di altri lavori di matematici arabi e ne fa infatti riferimento nei suoi scritti.

Mr. Vizetelly è ovviamente in errore quando suggerisce che il Ms. in mio possesso possa far parte del bottino dei tedeschi quando hanno occupato Douai. Il Ms. di Bacone di Douai ( rifermento Bacone n°691), contenente cinque manoscritti di Bacone, è scritto in latino ed è del diciassettesimo secolo. E’ stato descritto dal Prof. E. A. Charles e da Victor Cousin in una serie di 5 articoli apparsi sul “Journal des Savants” nel 1848 ed è riportato dal Prof. A. G. Little che nel 1911 catalogò tutti i manoscritti conosciuti di Ruggero Bacone.

Il mio manoscritto è stato scritto nel tredicesimo secolo, in cifrato, non in latino e non rivela l’autore. E’ stata una mia supposizione che fosse di Ruggero Bacone, ma solo l’incredibile scoperta della chiave decrittatoria del manoscritto ad opera del Prof. Newbold ha confermato che l’autore fosse effettivamente Ruggero Bacone.

WILFRID M. VOYNICH

2 Aprile 1921

Ed ecco che il 22 Aprile viene pubblicata sullo stesso quotidiano la controreplica di Vizetelly (vedi immagine 4), dalla quale si evince come già agli inizi c’era chi diffidava delle parole di Voynich:

Immagine 4. Rielaborazione grafica della lettera pubblicata dal New York Tribune il 22/04/1912. Clicca l’iimagine per visualizzare l’intera pagina originale del quotidiano.

Il Manoscritto di Ruggero Bacone

Mr. Vizetelly ancora dubita che lo scienziato abbia usato un telescopio

All’editore del Tribune

Sig: “Non c’è persona più cieca di chi non vuol vedere” e anche se in un antico manoscritto essi trovassero delle lenti di un telescopio non riuscirebbero comunque a fargli fare le cose per cui sono nate. Dove ha ottenuto il ‘Bacone’ il dottor Voynich? E come? Perché così tanto mistero intorno alla vicenda? Dopo tutto, che sia di Bacone, o di un semplice cinghiale di Simonide, è per caso Voynich che può imporlo? Egli afferma che io sono “ovviamente in errore nel fare l’ipotesi che il manoscritto possa essere stato saccheggiato dai Tedeschi quando essi occuparono Douai”. Io non ho fatto tale ipotesi, ma ho formulato una domanda netta alla quale non è stata data una risposta franca. Invece qualcun altro dice che il dottor Voynich abbia “acquistato il manoscritto da un monastero in Europa”, il che suscita la domanda “Quale monastero e quando?”. Il Dottor Voynich dice che vuole “correggere alcune imprecisione e deduzioni” contenute nella mia lettera del 26 marzo. Non si deve cavillare sulle parole. Se correttamente riportato, il dottor Voynich ha dichiarato: “Ruggero Bacone ha usato un microscopio e un telescopio ad alta definizione”. Non è stato accusato di dire “Ruggero Bacone ha inventato o costruito un telescopio”. […]Al giorno d’oggi è doveroso che gli studiosi “giochino la propria partita” con le carte sul tavolo. Il mondo moderno chiede di sapere di più, non gli basta che lo scopritore di un manoscritto, nonché proprietario, dichiari che è certamente provato che la teoria della relatività di Einstein è stata scoperta da Ruggero Bacone che con l’aiuto di un telescopio l’ha poi messa per iscritto in forma cifrata 600 anni fa solo perché servisse come una ‘minestra riscaldata’ 600 anni dopo. Nient’altro che la constatazione della produzione dello strumento stesso può servire a provare che Bacone abbia realmente utilizzato un telescopio all’avanguardia, ed anche in quel caso la prova sarebbe solo indiziaria.

FRANK H. VIZETELLY

New York, 18 Aprile 1921

Proprio in calce a questa lettera, il New York Tribune fa una precisazione su una dichiarazione di Voynich del giorno precedente:


E’ stato riportato ieri che il dottor Voynich ha dichiarato che il Manoscritto di Bacone faceva parte di un lotto che egli comprò nel 1912 da una collezione del Duca di Parma, Ferrara e Modena

Solo molto tempo dopo si arrivò ad un’altra versione relativa all’origine del manoscritto e cioè quella di Villa Mondragone a Frascati.


Lux et Veritas

Alla Beinecke Library dell’Università di Yale esiste un altro documento che da molti studiosi è ritenuto un falso. Si tratta della mappa di Vinland. Qui di seguito riportiamo le informazioni relative a questa mappa disponibili su Wikipedia. Ci ripromettiamo, magari anche con il vostro aiuto, di inserire una sezione specifica di approfondimento relativa ai falsi storici più famosi. L’intento in definitiva è di fare nostro il motto stesso della Yale: Luce e Verità.

La Mappa di Vinland

(Da Wikipedia, l’enciclopedia libera)

La Mappa di Vinland: rappresenta tutto il mondo conosciuto nel XV secolo. Il Vinland è la grande isola in alto a sinistra, a sud-ovest della Groenlandia.

La mappa di Vinland (in inglese: Vinland Map) è una presunta carta geografica del XV secolo copia di un originale del XIII secolo. Essa è disegnata con inchiostro su pergamena e le sue dimensioni sono 28×40 cm. Essa rappresenta tutta l’ecumene nel XV secolo: oltre ad includere Europa, Asia e Africa, rappresenta anche Islanda, Groenlandia e più ad ovest, una terra denominata Vinilanda Insula (“isola di Vinland”), con un’iscrizione che parla della sua scoperta da parte dei Vichinghi nell’XI secolo. Nell’Atlantico sono inoltre disegnate alcune isole presenti in resoconti leggendari come quello della navigazione di san Brandano.

Lo scalpore suscitato dalla sua scoperta deriva proprio dal fatto di raffigurare, nel mondo allora conosciuto, la Vinilanda Insula: se autentica, la mappa di Vinland conterrebbe quindi la più antica rappresentazione del Nuovo Mondo, confermando eventualmente la tesi della frequentazione vichinga dell’America.

L’autenticità della mappa è stata però messa in dubbio sin dalla sua pubblicazione, nel 1965, e sia le analisi chimiche[1] che le monografie scientifiche[2] più recenti hanno indicato che si tratta di un falso.

Storia

La Mappa di Vinland venne trovata negli anni cinquanta in una biblioteca privata, rilegata insieme a un trattato intitolato Relazione Tartara, resoconto della spedizione in Mongolia del frate francescano Giovanni da Pian del Carpine.

Nel 1957 il trattato e la mappa furono offerti al British Museum che dopo averli esaminati rinunciò ad acquistarli perché la loro provenienza non era documentata e la rilegatura era recente, il che faceva sospettare che i due documenti non fossero originalmente uniti insieme. Inoltre la Relazione Tartara era sconosciuta e non vi era certezza della sua autenticità; i dubbi su di essa vennero fugati solo nel 2004 quando ne venne scoperta un’altra copia a Lucerna, in Svizzera.

La relazione e la mappa vennero quindi venduti dall’Italiano Enzo Ferrajoli a Laurence Witten, un libraio di New Haven, negli Stati Uniti, per 3500 dollari. Poco tempo dopo Witten e Thomas Marston, bibliotecario della Yale University, scoprirono che alcuni fori praticati dalle tarme corrispondevano a quelli presenti su un altro volume, una copia dello Speculum Historiae di Vincent de Beauvais, un testo sicuramente medioevale. Ciò dimostrava che i due libri e la mappa erano stati un tempo rilegati insieme.

La Yale University acquistò quindi entrambi i volumi per circa 300.000 dollari e nel 1965 pubblicò il libro The Vinland Map and the Tartar Relation, nel quale si sosteneva l’autenticità della mappa e si ipotizzava che fosse stata disegnata intorno al 1440, in occasione del Concilio di Basilea, e che le informazioni in essa contenute derivassero da un viaggio nel Vinland compiuto nel XII secolo da Eric Gnupsson, primo vescovo della Groenlandia, come affermano le iscrizioni sulla mappa stessa. A favore dell’autenticità si espressero anche molti partecipanti (ma non tutti) ad un convegno organizzato l’anno successivo dallo Smithsonian Institute.

La situazione cambiò nel 1974 quando la mappa venne sottoposta ad esami scientifici: Walter McCrone, l’autore degli esami, affermò di avere scoperto che l’inchiostro usato per disegnare la mappa era di fabbricazione recente, non anteriore al 1920. Nel 2002, l’esame del carbonio 14 ha mostrato che la pergamena su cui la mappa è disegnata risale alla prima metà del XV secolo; tuttavia resta la possibilità che un falsario moderno si sia procurato una pergamena d’epoca.

Studi scientifici

Nel 1974 e nel 1991, analisi effettuate dal microscopista Walter McCrone del McCrone Research Institute di Chicago sull’inchiostro della mappa, mediante spettroscopia XRD e SEM, rilevarono la presenza di particelle micrometriche di anatasio, una forma di ossido di titanio (TiO2). L’anatasio è utilizzato nella pittura con il nome di bianco di titanio, ma viene prodotto soltanto dal 1920, poiché prima non era possibile raffinarlo. McCrone concluse quindi che la mappa era opera di un falsario della prima metà del XX secolo, che avrebbe usato l’anatasio per simulare l’ingiallimento dell’inchiostro dandogli l’apparenza di antichità.

Un altro dato contrario all’autenticità era la precisione del disegno della Groenlandia, considerata anacronistica rispetto alla datazione presunta del XV secolo.

Negli anni successivi altri studiosi sostennero l’autenticità della mappa, asserendo che l’anatasio poteva essere un prodotto di degradazione naturale dell’inchiostro, e successive analisi, in contrasto con i risultati pubblicati da McCrone, documentarono concentrazioni di titanio molto basse, tali da poter essere considerate contaminazioni di altri inchiostri.

La spettroscopia Raman del 2001 di R. Clark e K. Brown, ricercatori del Christopher Ingold Laboratories dello University College di Londra, effettuata con laser rosso λ = 632.8 nm, rilevò due colori sulla pergamena: righe gialle e righe nere sovrapposte alle gialle, ma in gran parte svanite. L’analisi delle righe nere fornì indicazioni circa un inchiostro a base di carbone. L’analisi delle righe gialle mostrò un’elevata fluorescenza di fondo, dovuta a leganti organici, ma ciò non impedì la determinazione dell’anatasio. Il fatto che fosse presente solo in determinati punti della pergamena portò alla conclusione che la sua presenza sia intenzionale e non dovuta a contaminazioni ambientali. Nel libro The Tartar Relation, il resoconto del viaggio in Mongolia in cui la mappa fu rinvenuta, sono presenti le stesse linee nere, con risultati alle analisi diversi rispetto alla mappa. Questo proverebbe che i due documenti non sono opera della stessa mano. L’ipotesi conclusiva del gruppo di Clark rinforza quella di McCrone, e cioè che un falsario abbia creato l’effetto di deterioramento sulla pergamena con l’inchiostro gallotannato: il disegno sulla pergamena risalirebbe al XX secolo.

La datazione al radiocarbonio effettuata nel 2002 ha stabilito che la pergamena su cui la mappa è disegnata risale al 1434±11, ma ciò non esclude che il disegno possa essere di epoca posteriore. Il falsario, in questa ipotesi, avrebbe usato una pergamena antica per rendere più credibile la mappa.

Nel 2002 il periodico Sunday Times pubblicò l’opinione di una studiosa di rotte ed esplorazioni del Nord Atlantico. Secondo questa studiosa, il falso è attribuibile a padre Joseph Fisher, un gesuita austriaco, che avrebbe disegnato la mappa intorno agli anni Trenta, su un foglio di pergamena ricavato da un volume del 1440. L’esperta giunse a questa conclusione sulla base del confronto calligrafico e basandosi sull’esperienza in campo cartografico di padre Fisher, il quale si suppone abbia creato il falso in preda ad una profonda depressione, dopo che nel 1934 le sue credenziali accademiche erano state messe pubblicamente in discussione.