La verità vale più di un'identità

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Eric il falsario… Yes, he can! 

Ci piace raccontare qualcosa di Eric Hebborn, falsario inglese dalle sfumature leggendarie, in grado di far passare per autentici un Bruegel o un Pontormo realizzati da lui stesso. E’ assai probabile che i musei e le gallerie di tutto il mondo mettano in mostra ancora sue opere accreditate a ben più famosi artisti di ogni epoca. La morte del re dei falsari è sopravvenuta il 10 gennaio 1996, in un ospedale di Roma, la città che lo ospitava da anni e che in quel giorno lo dimenticò considerandolo troppo frettolosamente un clochard. Finì in ospedale perché ubriaco e vittima di una maldestra passeggiata che gli procurò l’incidente fatale. Probabilmente non si saprà mai se fu davvero un incidente o qualcosa di diverso.

Il maestro dell’imbroglio d’arte fu reo confesso in un libro apparso in Italia nel 1994 ( Troppo bello per essere vero – Autobiografia di un falsario, Neri Pozza Editore) di lì a poco seguì l’ancor più pratico Manuale del falsario. Viene qui di seguito presentata un’intervista fatta allo stesso Eric Hebborn e andata in onda su Canala 5 poco prima della sua prematura e misteriosa morte. Dopo averla vista faremo insieme qualche considerazione…

Prima di effettuare qualsiasi osservazione specifichiamo che il testo “The Art Forger’s Handbook” di Hebborn fa parte della bibliografia del romanzo “I custodi della pergamena proibita” di Aldo Gritti.

Numerosi musei e gallerie rifiutarono di ammettere che i Pontormo e i Bronzino, ma anche i Piranesi, i Tiepolo e i Corot che tenevano esposti, fossero in realtà degli Hebborn. Solo in un secondo tempo ritirarono con discrezione le opere… Ergo: quando si palesa la falsità di qualsiasi opera c’è da fare i conti con gli interessi del proprietario.

In riferimento a quanto detto nell’intervista dallo stesso Hebborn e relativo al reperimento dei fogli sui quali disegnava, se facessimo un esame al radiocarbonio di un suo disegno, secondo voi, che datazione otterremmo? ma soprattutto: il risultato di quell’esame ci direbbe ancora qualcosa sulla sua autenticità?

Perchè i più importanti musei del mondo sono stati ingannati anche se mai avrebbero ammesso il contrario, mentre non dovrebbe essere possibile per altri falsificare una pergamena antica in epoca moderna?

Hebborn è stato un genio randagio e solitario? Oppure ci sono e ci sono stati altri falsari che rendono i musei e le gallerie del mondo dei siti in cui avvengono potenziali esposizioni di altri oggetti non autentici? Quanto è diffusa l’arte della falsificazione? e quante persone potenti sono interessate a non far sapere niente di questo mondo?

Per ulteriori approfondimenti sulla storia di Eric Hebborn segnaliamo due link:

sul mistero della sua morte (qui)

sulla sua biografia (qui)

1921… La diffidenza di Vizetelly

  

Il 26 Marzo del 1921, a pagina 4 dello storico quotidiano New York Tribune, appariva un piccolo articolo (vedi immagine 1) che annunciava una particolare notizia:

Immagine 1. Articolo originale digitalizzato del New York Tribune pubblicato il 26 marzo 1921. Per navigare sull’intera pagina del quotidiano clicca sull’immagine.

Bacone usava il telescopio nel XIII secolo

Il manoscritto cifrato prova che era già noto anche il microscopio

“La scoperta di manoscritti cifrati rozzamente illustrati dimostra che Ruggero Bacone, vissuto nel XIII secolo, già utilizzava microscopi e telescopi all’avanguardia, strumenti generalmente attribuiti ad inventori del XVII secolo”. La notizia è stata resa nota dal dottor Wilfred M. Voynich, noto bibliografo. “I disegni rivelano”, egli ha detto, “che Bacone osservò oggetti celesti e particolari anatomici mai osservati prima e visibili agli occhi umani solo quattrocento anni dopo. Il dottor William Romaine Newbold, dell’università della Pennsylvania, ha scoperto la chiave per decifrare il codice utilizzato da Bacone nel redigere la sua opera e ora è in grado di decriptarlo”, ha affermato il dottor Voynich e poi ha aggiunto “per secoli il manoscritto è passato di mano in mano senza che a nessuno fosse noto il contenuto”. Il dottor Voynich e il dottor Newbold stanno per descrivere le loro scoperte il mese prossimo presso il College of the Physicians.

 Il 31 Marzo 1921 il New York Tribune, a pagina 8, pubblica una lettera all’editore, datata 26 Marzo (vedi immagine 2), in cui Frank Horace Vizetelly, lessicografo etimologista ed editore di origine inglese, residente a New York, chiede chiarimenti su quanto riportato dal dottor Wilfred Michael Voynich in merito alla notizia data il giorno 26 sul New York Tribune: la scoperta di un manoscritto cifrato il quale dimostra che Ruggero Bacone utilizzò potenti microscopi e telescopi. L’annuncio riguarda inoltre la scoperta della chiave del codice usato da Bacone ad opera del dottor William Romaine Newbold. Vizetelly pone a Voynich una domanda diretta e lo fa proprio nella chiusura della lettera.

“Ciò che è particolarmente interessante sapere circa l’annuncio del Dr. Wilfred Voynich, noto bibliografo, è : Da dove viene ‘il manoscritto cifrato rozzamente illustrato’? e come possiamo assicurarcene? E’ possibile che sia parte del bottino della desolata Douai?” 

Immagine 2. Rielaborazione grafica della lettera originale di Vizetelly pubblicata il 31 marzo del 1921 sul New York Tribune. Clicca sull’immagine per la traduzione completa e il link alla pagina completa del quotidiano.

 Il 4 aprile, sempre sulle pagine del New York Tribune (vedi immagine 3), Voynich  risponde a Vizetelly in questo modo: 

Immagine 3. Rielaborazione grafica della lettera originale pubblicata il 4 aprile 1921 sul New York Tribune. Clicca sull’immagine per accedere alla pagina originale completa del quotidiano.

 

Il Telescopio di Ruggero Bacone

Anche il suo microscopio appare nel manoscritto cifrato del Dottor Voynich

All’editore del Tribune

Sig: la lettera, peraltro molto interessante, di Frank H. Vizetelly sul mio manoscritto cifrato di Ruggero Bacone, apparsa sul numero del 31 Marzo, contiene alcune imprecisioni che vorrei correggere. Nel dare alcune informazioni alla stampa in merito alla conferenza sul mio manoscritto, che avrà luogo a Philadelphia e sarà tenuta dal Prof. W. Romaine Newbold, il Dott Clarence E. McClung e da me, non ho mai dichiarato che Ruggero Bacone avesse inventato o costruito un microscopio, ma ho riportato in parte un paragrafo dell’ annuncio delle conferenze in cui si dichiara che i disegni nel mio manoscritto provano che Ruggero Bacone possedesse un microscopio ad alta risoluzione ed un telescopio e attraverso questi strumenti abbia visto e disegnato oggetti celesti e parti anatomiche che, per quello che sappiamo, non sono mai stati osservati prima da occhio umano e non saranno osservati per secoli.

Ciò è rilevante poiché molti studiosi di Storia delle Scienze, discutono sull’eventualità che Bacone abbia costruito un telescopio o abbia solo scritto la teoria dell’ottica. Mr. Vizetelly fa riferimento al fatto che il Dr. Smith nel suo “Sistema Completo sull’Ottica” deduce che Bacone non ha mai osservato attraverso un telescopio. Per quanto riguarda i riferimenti fatti da Mr. Vizetelly e relativi ad Alkendi e ad Alhazan, predecessori di Bacone nello studio dell’ottica, va considerato che Bacone era a conoscenza degli studi di questi e di altri lavori di matematici arabi e ne fa infatti riferimento nei suoi scritti.

Mr. Vizetelly è ovviamente in errore quando suggerisce che il Ms. in mio possesso possa far parte del bottino dei tedeschi quando hanno occupato Douai. Il Ms. di Bacone di Douai ( rifermento Bacone n°691), contenente cinque manoscritti di Bacone, è scritto in latino ed è del diciassettesimo secolo. E’ stato descritto dal Prof. E. A. Charles e da Victor Cousin in una serie di 5 articoli apparsi sul “Journal des Savants” nel 1848 ed è riportato dal Prof. A. G. Little che nel 1911 catalogò tutti i manoscritti conosciuti di Ruggero Bacone.

Il mio manoscritto è stato scritto nel tredicesimo secolo, in cifrato, non in latino e non rivela l’autore. E’ stata una mia supposizione che fosse di Ruggero Bacone, ma solo l’incredibile scoperta della chiave decrittatoria del manoscritto ad opera del Prof. Newbold ha confermato che l’autore fosse effettivamente Ruggero Bacone.

WILFRID M. VOYNICH

2 Aprile 1921

Ed ecco che il 22 Aprile viene pubblicata sullo stesso quotidiano la controreplica di Vizetelly (vedi immagine 4), dalla quale si evince come già agli inizi c’era chi diffidava delle parole di Voynich:

Immagine 4. Rielaborazione grafica della lettera pubblicata dal New York Tribune il 22/04/1912. Clicca l’iimagine per visualizzare l’intera pagina originale del quotidiano.

Il Manoscritto di Ruggero Bacone

Mr. Vizetelly ancora dubita che lo scienziato abbia usato un telescopio

All’editore del Tribune

Sig: “Non c’è persona più cieca di chi non vuol vedere” e anche se in un antico manoscritto essi trovassero delle lenti di un telescopio non riuscirebbero comunque a fargli fare le cose per cui sono nate. Dove ha ottenuto il ‘Bacone’ il dottor Voynich? E come? Perché così tanto mistero intorno alla vicenda? Dopo tutto, che sia di Bacone, o di un semplice cinghiale di Simonide, è per caso Voynich che può imporlo? Egli afferma che io sono “ovviamente in errore nel fare l’ipotesi che il manoscritto possa essere stato saccheggiato dai Tedeschi quando essi occuparono Douai”. Io non ho fatto tale ipotesi, ma ho formulato una domanda netta alla quale non è stata data una risposta franca. Invece qualcun altro dice che il dottor Voynich abbia “acquistato il manoscritto da un monastero in Europa”, il che suscita la domanda “Quale monastero e quando?”. Il Dottor Voynich dice che vuole “correggere alcune imprecisione e deduzioni” contenute nella mia lettera del 26 marzo. Non si deve cavillare sulle parole. Se correttamente riportato, il dottor Voynich ha dichiarato: “Ruggero Bacone ha usato un microscopio e un telescopio ad alta definizione”. Non è stato accusato di dire “Ruggero Bacone ha inventato o costruito un telescopio”. […]Al giorno d’oggi è doveroso che gli studiosi “giochino la propria partita” con le carte sul tavolo. Il mondo moderno chiede di sapere di più, non gli basta che lo scopritore di un manoscritto, nonché proprietario, dichiari che è certamente provato che la teoria della relatività di Einstein è stata scoperta da Ruggero Bacone che con l’aiuto di un telescopio l’ha poi messa per iscritto in forma cifrata 600 anni fa solo perché servisse come una ‘minestra riscaldata’ 600 anni dopo. Nient’altro che la constatazione della produzione dello strumento stesso può servire a provare che Bacone abbia realmente utilizzato un telescopio all’avanguardia, ed anche in quel caso la prova sarebbe solo indiziaria.

FRANK H. VIZETELLY

New York, 18 Aprile 1921

Proprio in calce a questa lettera, il New York Tribune fa una precisazione su una dichiarazione di Voynich del giorno precedente:


E’ stato riportato ieri che il dottor Voynich ha dichiarato che il Manoscritto di Bacone faceva parte di un lotto che egli comprò nel 1912 da una collezione del Duca di Parma, Ferrara e Modena

Solo molto tempo dopo si arrivò ad un’altra versione relativa all’origine del manoscritto e cioè quella di Villa Mondragone a Frascati.

Un Barlowme nella notte

Era l’ottobre del 1986 quando sulla rivista Cryptologia (vol.10, n°4) venne pubblicato un articolo a firma Michael Barlow dall’inequivocabile titolo: “Il manoscritto Voynich: realizzato dallo stesso Voynich?”. In questo lavoro sono presentati molti dei temi trattati nel romanzo “I custodi della pergamena proibita” di Aldo Gritti, su tutti: la tesi più importante, quella secondo la quale il famoso MS408 è un manoscritto realizzato dallo stesso Voynich.

Immagine originale della prima pagina dell’articolo disponibile al link http://www.tandfonline.com

L’articolo di Barlow prende spunto dalla monografia di Mary D’ImperioVoynich Manuscript: an elegant enigma” ed evidenzia come in questo saggio vengano descritti minuziosamente tutti i tentativi effettuati per dare un significato al manoscritto, risultando, in definitiva, una sorta di “punto della situazione” degli studi effettuati fino al 1976. La sensazione che si ha è quella che lo stesso Barlow prenda a pretesto il saggio della D’Imperio per effettuare a sua volta un “punto della situazione” sul “punto della situazione”. E’ con toni tra l’ironico e il sarcastico che l’autore sottolinea che non si ha ancora alcuna risposta alle mille domande generate dall’enigmatico manoscritto e che per questo sarebbe auspicabile che le ricerche proseguano per averne almeno una. Contemporaneamente, però, si può fare affidamento su quelli che possono essere considerati gli unici punti fermi raggiunti, frutto di decenni di studi, e che l’articolo riassume in questo modo:

  • I botanici sostengono che la sezione botanica non ha alcun senso.
  • Gli astronomi sostengono che la sezione astrologica non ha alcun senso.
  • Anche gli astrologi dicono che la sezione astrologica non ha alcun senso.
  • Gli esperti in farmacologia dicono che la sezione farmacologica non ha alcun senso.
  • I crittografi affermano che la cifratura non ha alcun senso.
  • Gli storici dell’arte non riescono a datare i disegni.
  • I bibliografi non riescono a datarne la scrittura.
  • Non esiste alcun esempio simile per stile, presentazione o produzione.

Sono passati altri 26 anni dalla pubblicazione di questo articolo e non è difficile verificare come quei punti fermi citati da Barlow siano ancora gli unici definibili come tali, a parte la datazione della pergamena al radiocarbonio 14 del 2009. L’autore dell’articolo, infatti, elenca gli insuccessi relativi alla comprensione del manoscritto per evidenziare altre caratteristiche che ruotano intorno alle pagine del Voynich e che risultano quantomeno sospette. In particolare Barlow si chiede come mai, almeno fino al 1986, non siano mai state compiute analisi scientifiche sui pigmenti o sulla pergamena, ed inoltre afferma che pur essendo evidente che alcuni studiosi del manoscritto abbiano considerato l’ipotesi che potesse trattarsi di un falso, gli stessi hanno voluto seguire quegli ‘indizi’ i quali indicavano che, se di frode si trattava, questa era compiuta nel 1650 ai danni di Rodolfo II di Praga. Tuttavia appare evidente che questi ‘indizi’ siano originariamente suggeriti proprio dallo stesso Voynich.

A questo punto nell’articolo di Cryptologia vengono affrontate alcune questioni particolarmente importanti. Michael Barlow, infatti, focalizza quali siano i soli fatti certi ed incontrovertibili per poi arrivare a porsi una domanda:

  • Voynich presenta al mondo il manoscritto nel 1921
  • Voynich dichiara di averlo acquistato nel 1912. Nove anni prima.
  • Voynich ha speso una cifra considerevole per acquistare il libro, non senza superare delle avversità per ottenerlo.
  • Voynich acquista un manoscritto unico e particolarmente insolito.

Come mai invece di urlare ai quattro venti la sua scoperta, come farebbe qualsiasi buon venditore, il libro non viene aperto se non nel 1921 quando  – sorpresa! – viene trovata una lettera all’interno, guarda caso del 1665 (o1666), e che lo stesso Voynich aveva omesso di leggere? Come mai dopo aver speso tempo, risorse, affrontato problemi e trovandosi di fronte un libro incomprensibile non c’è stata più attenzione rivolta alla presenza o meno di questa lettera?

Ma Barlow va oltre. Sottolineando come la vendita del manoscritto a Voynich avvenga ad opera dei Gesuiti di Villa Mondragone e come la biblioteca del collegio fosse stata donata al Vaticano sin dal 1620, si chiede:

  • Il Vaticano avrebbe dovuto dare la sua approvazione circa la vendita?
  • Sembra che la vendita dovesse rimanere segreta per tutelare ulteriori eventuali acquisti. Segreta per chi? Per il Vaticano?
  • Perché il venditore non ha venduto il MS al miglior offerente?
  • Nessun altro commerciante era a conoscenza di questa offerta?
  • Non appare invece tutto ciò come un modo pulito per Voynich per calare una tenda su di un passato troppo facilmente ripercorribile?
  • Siamo sicuri che il MS venduto a Villa Mondragone sia lo stesso MS che oggi chiamiamo Manoscritto Voynich?
  • E’ possibile poi che questo manoscritto sia rimasto a Villa Mondragone per 247 anni, come ipotizzato dallo stesso Voynich, senza che nessuno gli prestasse attenzione?

Tralasciando il giallo della firma cancellata di Jacobus Horcicky de Tepenecz, Barlow fa notare un’ altra particolare coincidenza: Voynich in prima battuta suggerisce che il manoscritto potesse essere stato opera di Ruggero Bacone e quindi implicitamente di aver subìto quattro secoli di silenzio. Lo stesso Voynich afferma però che  “è dopo qualche tempo che il manoscritto fu nelle mie mani che lessi il documento che portava la data del 1665 ( o 1666)…”. Voynich si riferisce alla lettera di Marci che, guarda caso, avvalora la tesi che il manoscritto sia opera di Bacone. Insomma Voynich e Marci sembra la pensino allo stesso modo. Nemmeno se Voynich l’avesse scritta di suo pugno sarebbe potuto arrivare un documento che potesse sostenere in modo migliore la sua tesi!

Ovviamente, tra le righe dell’articolo di Cryptologia, sorgono ulteriori domande: Chi meglio di un commerciante di libri antichi poteva sapere che un libro “pieno di geroglifici” esisteva (il riferimento è a quello di John Dee 1600) e che sarebbe tornato alla ribalta sotto Rodolfo II ? Quale suggerimento migliore si poteva dare se non quello di attribuire l’ambientazione del MS Voynich sempre alla corte di Rodolfo II ? E ancora: chi meglio di un commerciante di libri antichi avrebbe potuto procurarsi della pergamena intonsa? Chi meglio di qualcuno vissuto tra il 1912 e il 1920 avrebbe potuto produrre un testo manoscritto senza errori e in un tempo molto minore di quello necessario nel 15° secolo utilizzando tecnologie più evolute?

In definitiva Barlow arriva a formulare delle conclusioni al suo molto sorprendente articolo:

  • L’incontestato valore economico del libro potrebbe essere un fattore che impedisce l’accertamento della frode. 
  • La “bufala” dell’uomo di Piltdown (1911) e la biografia di John Dee pubblicata  da Fell-Smith (1904) sarebbero potuti essere due degli eventi che hanno ispirato e supportato Voynich nella generazione del falso.
  • Sarebbe opportuno sapere di più circa l’uomo Voynich.
  • Non sono ben chiari i motivi per cui Voynich avrebbe voluto produrre questa frode.
  • Tutti i misteri legati al manoscritto potrebbero essere spiegati esaustivamente se questo venisse considerato un’opera realizzata dallo stesso Voynich

Proprio alla conclusione dell’articolo di Cryptologia, l’autore quasi profetizza: “[…] Forse Voynich era un uomo in grado di gioire in segreto dei fallimenti ottenuti dai suoi colleghi nel tentativo di svelare il contenuto del manoscritto, ma magari quest’uomo avrebbe potuto anche lasciare una lettera al suo direttore di banca, da aprirsi dopo la sua morte e con il fine ultimo di spiegare ogni cosa. Probabilmente questa lettera esiste, ma con un’attesa di tempo superiore, forse 100 anni. […]”

In chiusura alcune osservazioni che vogliono aggiungere  i curatori di questo BLOG con la speranza che possano essere motivo di riflessione per quei lettori che passeranno a leggere questo post. Non possiamo far a meno di notare che l’ipotesi di Michael Barlow è citata sempre molto a margine, se non addirittura per nulla, tra l’elenco delle ipotesi formulate sul MS Voynich. Eppure di tutte è la meno confutabile e quella che ancor oggi può dare più risposte alle mille domande aperte sul mistero legato al manoscritto. La sintesi dell’articolo qui riportata, non rende giustizia all’insieme delle incongruenze segnalate e quindi invitiamo ad approfondire direttamente sull’articolo originale disponibile in download, purtroppo a pagamento, al seguente link.

Ci sembra doveroso sottolineare che a distanza di 26 anni dalla pubblicazione di questo articolo, gli studi scientifici auspicati dall’autore, scarseggiano. Le analisi dei materiali effettuate ci sembrano essere insufficienti e ci si chiede perché non venga effettuato uno ion migration test sul MS che permetta di verificare quando l’inchiostro è entrato in contatto con la pergamena. In conclusione ci sembra che Aldo Gritti risponda esaustivamente al lavoro di Barlow rispondendo a molte delle domande presenti nell’articolo di Cryptologia del 1986. Gritti, seppur in chiave di fiction, completa un quadro storico finora del tutto oscuro dando luce al contesto in cui operava l’uomo Michał Habdank-Wojnicz. Aggiunge la descrizione di fatti, eventi e prove a sostegno della tesi che vede Voynich stesso come autore di una delle più grandi farse mai realizzate. Ogni pezzo del puzzle trova il suo posto e il quadro finale risulta in egual misura chiaro e sconcertante. Come è possibile che l’articolo di Michael Barlow sia stato risucchiato in un tornado di assordante silenzio? C’è un legame tra la profezia alla conclusione dell’articolo e Aldo Gritti?

 

 

 

 

 

Gialleggiando sul Sole24ore…

Riadattamento grafico della recensione tratta dalla rubrica “Gialleggiando” di Mauro Castelli e pubblicata su “Il Sole 24 Ore” di domenica 08/07/2012

Lux et Veritas

Alla Beinecke Library dell’Università di Yale esiste un altro documento che da molti studiosi è ritenuto un falso. Si tratta della mappa di Vinland. Qui di seguito riportiamo le informazioni relative a questa mappa disponibili su Wikipedia. Ci ripromettiamo, magari anche con il vostro aiuto, di inserire una sezione specifica di approfondimento relativa ai falsi storici più famosi. L’intento in definitiva è di fare nostro il motto stesso della Yale: Luce e Verità.

La Mappa di Vinland

(Da Wikipedia, l’enciclopedia libera)

La Mappa di Vinland: rappresenta tutto il mondo conosciuto nel XV secolo. Il Vinland è la grande isola in alto a sinistra, a sud-ovest della Groenlandia.

La mappa di Vinland (in inglese: Vinland Map) è una presunta carta geografica del XV secolo copia di un originale del XIII secolo. Essa è disegnata con inchiostro su pergamena e le sue dimensioni sono 28×40 cm. Essa rappresenta tutta l’ecumene nel XV secolo: oltre ad includere Europa, Asia e Africa, rappresenta anche Islanda, Groenlandia e più ad ovest, una terra denominata Vinilanda Insula (“isola di Vinland”), con un’iscrizione che parla della sua scoperta da parte dei Vichinghi nell’XI secolo. Nell’Atlantico sono inoltre disegnate alcune isole presenti in resoconti leggendari come quello della navigazione di san Brandano.

Lo scalpore suscitato dalla sua scoperta deriva proprio dal fatto di raffigurare, nel mondo allora conosciuto, la Vinilanda Insula: se autentica, la mappa di Vinland conterrebbe quindi la più antica rappresentazione del Nuovo Mondo, confermando eventualmente la tesi della frequentazione vichinga dell’America.

L’autenticità della mappa è stata però messa in dubbio sin dalla sua pubblicazione, nel 1965, e sia le analisi chimiche[1] che le monografie scientifiche[2] più recenti hanno indicato che si tratta di un falso.

Storia

La Mappa di Vinland venne trovata negli anni cinquanta in una biblioteca privata, rilegata insieme a un trattato intitolato Relazione Tartara, resoconto della spedizione in Mongolia del frate francescano Giovanni da Pian del Carpine.

Nel 1957 il trattato e la mappa furono offerti al British Museum che dopo averli esaminati rinunciò ad acquistarli perché la loro provenienza non era documentata e la rilegatura era recente, il che faceva sospettare che i due documenti non fossero originalmente uniti insieme. Inoltre la Relazione Tartara era sconosciuta e non vi era certezza della sua autenticità; i dubbi su di essa vennero fugati solo nel 2004 quando ne venne scoperta un’altra copia a Lucerna, in Svizzera.

La relazione e la mappa vennero quindi venduti dall’Italiano Enzo Ferrajoli a Laurence Witten, un libraio di New Haven, negli Stati Uniti, per 3500 dollari. Poco tempo dopo Witten e Thomas Marston, bibliotecario della Yale University, scoprirono che alcuni fori praticati dalle tarme corrispondevano a quelli presenti su un altro volume, una copia dello Speculum Historiae di Vincent de Beauvais, un testo sicuramente medioevale. Ciò dimostrava che i due libri e la mappa erano stati un tempo rilegati insieme.

La Yale University acquistò quindi entrambi i volumi per circa 300.000 dollari e nel 1965 pubblicò il libro The Vinland Map and the Tartar Relation, nel quale si sosteneva l’autenticità della mappa e si ipotizzava che fosse stata disegnata intorno al 1440, in occasione del Concilio di Basilea, e che le informazioni in essa contenute derivassero da un viaggio nel Vinland compiuto nel XII secolo da Eric Gnupsson, primo vescovo della Groenlandia, come affermano le iscrizioni sulla mappa stessa. A favore dell’autenticità si espressero anche molti partecipanti (ma non tutti) ad un convegno organizzato l’anno successivo dallo Smithsonian Institute.

La situazione cambiò nel 1974 quando la mappa venne sottoposta ad esami scientifici: Walter McCrone, l’autore degli esami, affermò di avere scoperto che l’inchiostro usato per disegnare la mappa era di fabbricazione recente, non anteriore al 1920. Nel 2002, l’esame del carbonio 14 ha mostrato che la pergamena su cui la mappa è disegnata risale alla prima metà del XV secolo; tuttavia resta la possibilità che un falsario moderno si sia procurato una pergamena d’epoca.

Studi scientifici

Nel 1974 e nel 1991, analisi effettuate dal microscopista Walter McCrone del McCrone Research Institute di Chicago sull’inchiostro della mappa, mediante spettroscopia XRD e SEM, rilevarono la presenza di particelle micrometriche di anatasio, una forma di ossido di titanio (TiO2). L’anatasio è utilizzato nella pittura con il nome di bianco di titanio, ma viene prodotto soltanto dal 1920, poiché prima non era possibile raffinarlo. McCrone concluse quindi che la mappa era opera di un falsario della prima metà del XX secolo, che avrebbe usato l’anatasio per simulare l’ingiallimento dell’inchiostro dandogli l’apparenza di antichità.

Un altro dato contrario all’autenticità era la precisione del disegno della Groenlandia, considerata anacronistica rispetto alla datazione presunta del XV secolo.

Negli anni successivi altri studiosi sostennero l’autenticità della mappa, asserendo che l’anatasio poteva essere un prodotto di degradazione naturale dell’inchiostro, e successive analisi, in contrasto con i risultati pubblicati da McCrone, documentarono concentrazioni di titanio molto basse, tali da poter essere considerate contaminazioni di altri inchiostri.

La spettroscopia Raman del 2001 di R. Clark e K. Brown, ricercatori del Christopher Ingold Laboratories dello University College di Londra, effettuata con laser rosso λ = 632.8 nm, rilevò due colori sulla pergamena: righe gialle e righe nere sovrapposte alle gialle, ma in gran parte svanite. L’analisi delle righe nere fornì indicazioni circa un inchiostro a base di carbone. L’analisi delle righe gialle mostrò un’elevata fluorescenza di fondo, dovuta a leganti organici, ma ciò non impedì la determinazione dell’anatasio. Il fatto che fosse presente solo in determinati punti della pergamena portò alla conclusione che la sua presenza sia intenzionale e non dovuta a contaminazioni ambientali. Nel libro The Tartar Relation, il resoconto del viaggio in Mongolia in cui la mappa fu rinvenuta, sono presenti le stesse linee nere, con risultati alle analisi diversi rispetto alla mappa. Questo proverebbe che i due documenti non sono opera della stessa mano. L’ipotesi conclusiva del gruppo di Clark rinforza quella di McCrone, e cioè che un falsario abbia creato l’effetto di deterioramento sulla pergamena con l’inchiostro gallotannato: il disegno sulla pergamena risalirebbe al XX secolo.

La datazione al radiocarbonio effettuata nel 2002 ha stabilito che la pergamena su cui la mappa è disegnata risale al 1434±11, ma ciò non esclude che il disegno possa essere di epoca posteriore. Il falsario, in questa ipotesi, avrebbe usato una pergamena antica per rendere più credibile la mappa.

Nel 2002 il periodico Sunday Times pubblicò l’opinione di una studiosa di rotte ed esplorazioni del Nord Atlantico. Secondo questa studiosa, il falso è attribuibile a padre Joseph Fisher, un gesuita austriaco, che avrebbe disegnato la mappa intorno agli anni Trenta, su un foglio di pergamena ricavato da un volume del 1440. L’esperta giunse a questa conclusione sulla base del confronto calligrafico e basandosi sull’esperienza in campo cartografico di padre Fisher, il quale si suppone abbia creato il falso in preda ad una profonda depressione, dopo che nel 1934 le sue credenziali accademiche erano state messe pubblicamente in discussione.

Ovunque libri…

I custodi della pergamena proibita è un romanzo le cui vicende ruotano attorno all’apparentemente “incomprensibile” Manoscritto Voynich, il quale viene decrittato tramite la chiave presente in un altro libro:  il De furtivis literarum notis  di Giovan Battista Della Porta… ma tra le righe del romanzo sono presenti molte altre produzioni letterarie quasi a formare una piccola biblioteca. Oltre alla Commedia di Dante e al Canzoniere di Petrarca è possibile, infatti, trovare citate altre opere: ad esempio L’uomo che ride di Victor Hugo o Gli elisir del diavolo di Hoffman. Un altro esempio, questa volta di un’opera in forma saggistica, è: Storia della Germania di Hagen Schulze. Vengono poi citati dei racconti di Edgar Allan Poe, si tratta de Il duplice delitto della Rue Morgue e La lettera rubata. Non mancano i grandi classici di Stevenson come L’isola del Tesoro , Lo strano caso del Dottor Jeckill e del signor Hyde e Kidnapped (il ragazzo rapito). E’ poi presente il profetico Futility, or the wreck of the Titan di Morgan Robertson e The Gadfly di Ethel Lilian Voynich. C’è spazio anche per la poesia con I fiori del male di Charles Baudelaire… Non vogliamo dare ulteriori informazioni sul contesto in cui vengono citate queste opere per non anticipare i contenuti del thriller, ma invitiamo i lettori ad indicarci nei commenti qualche eventuale mancanza.

L’ispirazione Della Porta accanto…

Nel romanzo “I custodi della pergamena proibita” viene presentata l’ipotesi che Wilfrid Voynich abbia tratto ispirazione per la “creazione” delle referenze storiche al suo falso da una lettera presente nell’opera più conosciuta di Giovan Battista Della Porta: “Magia naturalis”. Vengono presentate qui di seguito: la pagina della lettera così come appare sull’edizione del 1677 di Pompeo Sarnelli, e la sua traduzione in italiano che è invece riportata nel romanzo di Aldo Gritti.

   

 “All’illustre, dotto a noi sinceramente caro Giovan Battista Della Porta. Rodolfo II per divina clemenza eletto imperatore dei Romani, sempre Augusto. Illustre, sapiente, a noi sinceramente caro. Poichè c’interessiamo (quando ci è concesso dai gravosi impegni di Stato) alla sottile scienza dei fatti naturali e artificiali, in cui tu eccelli, ti abbiamo inviato il nostro cappellano Cristiano Hermio, per esprimerti il nostro desiderio. Gradiremmo che tu generosamente gli dessi fiducia, rivelandogli con coraggio quelle cose che ritieni ci risultino gradite. E se per caso qualcuno dei tuoi familiari ha imparato l’Arte Regia, vorremmo che tu ce lo inviassi per certo periodo. Così anche noi possiamo avere spiegazioni circa il tuo pregevole studio, mentre ti manifestiamo l’affetto e la nostra benedizione. Scritto nel Palazzo Reale, nella nostra Regia Praga, il 20 giugno dell’Anno del Signore 1604: 29° del nostro Regno Romano, 32° di quello Ungarico e 29° del Boemo. Rodolfo” (tratto da ‘I Custodi della Pergamena Proibita’)

 

Carmilla su ‘I Custodi della Pergamena Proibita’

articolo del 10/05/2012 tratto dalla rivista carmillaonline 
( http://www.carmillaonline.com/archives/2012/05/004298.html )

di Valerio Evangelisti

Voynich2.jpg

Secondo le regole di Carmilla, non dovrei occuparmi del libro di cui tratterò (Aldo Gritti, I custodi della pergamena proibita, ed. Rizzoli, 2012, pp. 420, € 12,50). Riporta infatti, in quarta di copertina, una mia frase elogiativa. Si vedrà però che la mia non è assolutamente un’apologia, e che trascurerò completamente la parte romanzesca.
Voglio occuparmi di questo libro perché, in forma narrativa, svela per la prima volta in maniera persuasiva le chiavi di interpretazione del misteriosissimo manoscritto Voynich, definito spesso il più impenetrabile testo in codice della storia, ne decifra interi brani, spiega il senso di illustrazioni apparentemente enigmatiche, ne smonta la fattura fase per fase, in maniera non solo persuasiva, ma incontrovertibile. Nessuno era riuscito a tanto, fino a oggi.
Perché la scelta di una chiave narrativa, anziché saggistica? Lo spiega la protagonista nelle ultime pagine. Il manoscritto sarebbe quasi ignoto in Italia, e conosciuto solo da un numero limitato di “internauti”. La forma romanzo, e nello specifico quella del thriller, ne divulgherebbe l’esistenza e,  tra elementi fantasiosi, offrirebbe gli strumenti per intenderne il senso.

Errore gravissimo, secondo me. Tutto il lavoro di ricerca pluriennale di Aldo Gritti (pseudonimo di un sacerdote, attorniato da un team di collaboratori), rischia di andare perduto proprio per l’adozione di una trama che ricorda Il Codice Da Vinci, e di soffocare negli scaffali già intasati da romanzetti che imitano Dan Brown, alcuni dei quali hanno per oggetto proprio il manoscritto Voynich.
[Un inciso: i libri su Templari, società segrete, vangeli perduti ecc. costituiscono una delle calamità moderne delle librerie, assieme ai noiosissimi e verbosi polizieschi scandinavi, di autori dal nome impronunciabile precursori o imitatori dell’insuperato Stieg Larsson.]
Il lettore comune stenterà a capire cosa ci sia di vero o di falso ne I custodi della pergamena proibita, e solo chi conosca bene il manoscritto e la sua storia potrà destreggiarvisi, non senza difficoltà. Io appartengo un poco al novero, perché anni fa, in un mio romanzo (Magus), inserii sotto altro nome il manoscritto Voynich, proponendone una cifra totalmente di fantasia. Mi divertii anche a disegnare io stesso una pagina mancante dell’originale.
Adesso che del tema si occupa gente più seria, sarebbe necessario e urgente fare uscire un saggio che estrapoli dal romanzo la parte “scientifica”. Non sarà mai un best seller, ma così com’è anche I custodi ha poche probabilità di divenirlo.

Cos’è il manoscritto Voynich? E’ uno scritto di un centinaio di pagine, redatto con lettere curiose ed eleganti da due “amanuensi” diversi. E’ corredato da rozze illustrazioni. Figurazioni astrali, piante sconosciute (a parte un paio) e donnine nude affacciate a balconcini o allineate, congiunte fra loro da quelli che si direbbero organi umani. Il tutto, ben colorato, ha un aspetto al tempo stesso barocco e infantile. La stranezza è tale da provocare un certo turbamento, o almeno sconcerto.
Il manoscritto, oggi conservato presso la Yale University, Beinecke Rare Book and Manuscript Library, secondo la vulgata fu trovato dal libraio antiquario Wilfrid Michael Voynich (in realtà Wojnicz, 1865-1930) nell’università dei gesuiti di Villa Mondragone, a Frascati, nel 1912, e nel 1951 venduto dalla moglie di Voynich, Ethel (1864-1960) a un altro antiquario di New York, H. P. Kraus. Questi non trovò compratori e lo donò alla Beinecke Library, dove è classificato come MS 408.
Il manoscritto è corredato da una dichiarazione dello stesso Voynich, che lo attribuisce a Ruggero Bacone (1214-1294), e da una lettera di Marcus Marci di Cronland, rettore dell’Università di Praga nel XVII secolo, al celebre gesuita Athanasius Kircher, grande esperto in geroglifici.
Da quando l’esistenza del manoscritto ha iniziato a essere nota, grazie agli sforzi di Voynich, si sono moltiplicati i tentativi di decifrazione. Cominciò negli anni Venti un giovane studioso, William Romaine Newbold, che abbracciò la tesi che l’autore fosse Ruggero Bacone, indicato, sulla base di alcuni disegni, come inventore del microscopio e del telescopio.
Non fu creduto (e Voynich, primo ad avanzare l’ipotesi, prese subito le distanze). Del resto, tra le poche piante riconoscibili nel manoscritto figurano un girasole e la pianta carnivora detta “Venus Acchiappamosche” (Dionaea Muscipula), scoperte nelle Americhe, rispettivamente, nel XVI e XIX secolo.
Seguirono molti altri volonterosi decifratori. Il più bizzarro è forse il medico Leo Levitov, che pubblicò nel 1987 un libro dal titolo promettente: Solution of the Voynich Manuscript, Aegean Park Press. Il manoscritto sarebbe stato un manuale liturgico usato dai catari (cioè più o meno ai tempi di Bacone) durante il rito della “endura”: il suicidio in punto di morte praticato dai loro sacerdoti, i “perfetti”. Peccato che l’esistenza della “endura” sia posta in dubbio dagli storici contemporanei, e che Levitov attribuisca ai catari un culto della dea egiziana Iside. Notizia invero strabiliante.
Lasciando da parte la lunatic fringe, il primo studio serio fu quello di M. E. D’Imperio The Voynich Manuscript. An Elegant Enigma, Aegean Park Press, s. d. ma 1976. Non avanzava ipotesi di traduzione, ma elencava i problemi posti dalla codifica del testo.
Molti altri studi, a volte altrettanto seri, a volte meno, si sono succeduti. Presso l’università di Birmingham un ricercatore di origine uruguaiana, Gabriel Landini, indaga con fondi europei ormai da decenni. Ha anche creato un set di font “voynichiani”, scaricabile da qui e da altri siti. Così ognuno potrà crearsi un manoscritto Voynich in proprio.
Nel febbraio 2011 un gruppo di ricerca dell’Arizona University, grazie al Carbonio 14, ha datato le pergamene su cui è scritto il codice in anni compresi tra il 1404 e il 1438. Sì, ma come la mettiamo con il girasole e la pianta acchiappamosche, importati dall’America?
Tra tanta confusione, è arrivato per fortuna Aldo Gritti.

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A questo punto mi trovo in imbarazzo, perché, essendo I custodi un thriller, non voglio e non posso precisare in dettaglio le soluzioni. Mi limiterò a indicare i punti qualificanti della parte del romanzo che si può ritenere frutto della ricerca.

– Aldo Gritti, a differenza di quasi tutti gli altri autori, non si limita a qualificare Voynich un “libraio antiquario”, ma ne indaga la vita. Voynich, ex rivoluzionario populista polacco con un odio particolare per Rosa Luxemburg (raffigurata in caricatura in una delle donnine disegnate nel manoscritto, con tanto di nome e cognome cifrati), divenne spia al servizio di vari committenti, tra cui il socialdemocratico Ebert, fucilatore della Luxemburg. Fu truffatore e, direttamente o indirettamente, sicario (responsabile forse, tra l’altro, della morte dell’anarchico Stepnyak).

– Gritti dimostra la falsificazione della lettera di Marci a Kircher, che pare riferirsi al manoscritto, mentre in origine era relativa a un testo in lingua illirica.

– Gritti – e questa è la cosa più importante – indica il codice complicato usato da Voynich per la stesura del manoscritto, derivante da un manuale di crittografia del napoletano G. B. Porta, e lo usa per decrittare le parti utili del testo, tutte relative a segreti militari (il resto sono orpelli).

– Gritti spiega dove Voynich poté comperare pergamene intonse (che dunque al Carbonio 14 risultano antiche), e come riuscì a fabbricare inchiostri indistinguibili da quelli usati nel passato.

– Gritti spiega il senso di alcune illustrazioni, relative alla biografia del russo-polacco Voynich. Chiarisce anche il perché delle donnine nude e delle piante strane, anch’esse legate a un segreto di ordine militare (però qui sono leggermente più cauto, nel mio consenso: attendo l’auspicabile forma saggistica).

Non vado oltre. Altri avevano giudicato il manoscritto Voynich un falso. I custodi dimostra che in effetti lo è, senza per questo essere privo di senso.
Dopo questo romanzo, il manoscritto è molto meno misterioso, e la strada è aperta per ulteriori ricerche. Spero che il bravo Gabriel Landini non si suicidi.

Intervista ad Aldo Gritti

tratto dal blog http://lucabagatin.ilcannocchiale.it/post/2734408.html 

Il Manoscritto Voynich è indubbiamente il documento più misterioso al mondo, in quanto nessuno studioso e ricercatore pareva essere ancora riuscito a decifrarlo.  Attribuito all’alchimista Roger Bacon, ma risalente, apparentemente, al XV secolo, è attualmente conservato presso l’Università di Yale, negli Stati Uniti d’America.
Aldo Gritti (www.aldogritti.com), pseudonimo di un giovane sacerdote italiano, è probabilmente riuscito nell’impresa, tanto da redigere un avvincente e particolarissimo thriller-verità: “I custodi della pergamena proibita”, edito da Rizzoli ed in libreria da nemmeno un mese.
“Un thriller geniale”, afferma il noto scrittore horror e fantasy italiano Valerio Evangelisti e prosegue: “un libro brillante e di rara intelligenza. Aldo Gritti, sotto le parvenze del romanzo, è riuscito a risolvere in via penso definitiva uno dei più impenetrabili enigmi del passato”.
Tre efferati delitti. Uno a Firenze, uno a Londra ed il terzo a New Haven, nel Connecticut. Tre martiri innocenti, alla ricerca della verità nascosta dietro al Manoscritto Voynich.
Ma, chi era Wilfrid Michael Voynich ? Ufficialmente un ricco antiquario di origine polacca, già, in passato rivoluzionario bolscevico ed appartenente al movimento sovversivo Proletariat, accanto alla pasionaria marxista Rosa Luxemburg. Ma…non ufficialmente chi era in realtà costui?
Una spia al servizio dell’Impero germanico ? Un doppiogiochista traditore dei suoi ideali ? Il capo di una Confraternita segreta, oppure solo la pedina di una scacchiera incommensurabilmente più grande di lui e del suo stesso ego, coperta da ragioni di Stato inconfessabili ?
Nel romanzo di Gritti, a seguire la pista del Manoscritto, Elda Novelli, ispettrice della Polizia Postale, coadiuvata dal commissario Andrea Corsi, in un’incessante ricerca fra documenti ammuffiti, registrazioni criptiche e rete web.
Come sono coinvolte le vite, ma soprattutto le morti di Pierre Curie, noto fisico francese scopritore della radioattività (e delle sue pericolose implicazioni), della già citata Rosa Luxemburg e l’affondamento dell’apparentemente “inaffondabile” Titanic ?
Linabissamento del Titanic, di cui proprio quest’anno ricorre il centenario, fu un tragico incidente oppure…dietro ad esso ci fu una mano nascosta fra le righe del misterioso Manoscritto Voynich ?
Aldo Gritti ce lo racconta e spiega, con tanto di immagini, documenti e bibliografia ragionata, conducendo per mano il lettore, in un viaggio fra passato e presente, alla ricerca di una verità misconosciuta e volutamente celata.

Per la prima volta dal 1921, è dunque affrontato l’affaire Voynich in modo globale, in quanto l’autore parte proprio dal proprietario del manoscritto stesso, ovvero il libraio antiquario Wilfrid Michael Voynich. Ne effettua una sorta di scavo di archeologia umana, mettendone a nudo la sua vera attività di “spia pura” al servizio di Potenze straniere, per mero interesse personale.

Il thriller di Aldo Gritti è dunque un prodotto letterario rivoluzionario, per la puntigliosa opera di decrittazione del celebre manoscritto Voynich, la cui tragica e vergognosa verità è messa a nudo.

E’ un thriller controcorrente. L’Autore ha la capacità di leggere oltre la selva d’informazioni – ovvero centinaia di link in internet e numerosa documentazione bibliografica – che non rispondono a domande logiche, proprio perché è sbagliata la domanda di partenza. Tutti si chiedono, infatti, che cosa nasconde il Manoscritto Voynich, ma non si chiedono mai chi fosse, in realta, Mr. Voynich.

Aldo Gritti si tramuta dunque in cacciatore di menzogne, denunciando al mondo il marcio celato nelle pergamene redatte nel XX secolo proprio dallo stesso Mr. Voynich, traditore della sua Patria (la Polonia), filo-germanico, nonché servitore degli USA, unicamente per tornaconto personale. Pertanto si apprende – dal romanzo di Aldo Gritti – che quel Manoscritto era una vera e propria arma di distruzione.

“I custodi della pergamena proibita” – distaccandosi da tutte le fantasiose teorie sinora supposte attorno all’ambiguo manoscritto – racconta, con rigore, una realtà storica ben diversa: dagli omicidi di Pierre Curie e Rosa Luxemburg, sino al sabotaggio del Titanic per la costituzione della Federal National Reserve.

Tale differente realtà è inserita in una cornice attuale di fiction, ove gli omicidi di oggi – raccontati nel romanzo – s’intersecano con quelli eccellenti di ieri.

Una trama intessuta con abilità di Aracne, ove agiscono – come in una lanterna magica – personaggi fittizi tratteggiati con un vigore tale da balzar fuori dalle pagine del romanzo, alternandosi a figure del passato, in cui l’Autore penetra empaticamente.

La “suspance intelligente”, fil rouge dell’intera narrazione, accompagna il lettore dall’inizio alla fine, anche nei cadenzati flash-back. Aldo Gritti, infatti, dà vita a Voynich ed alla sua consorte, trasmettendo ai lettori spavento ed indignazione.

“I custodi della pergamena proibita” è certamente il libro dell’anno. Un libro ove la verità rivelata è più importante dell’identità dell’autore stesso che, ad ogni modo, abbiamo la possibilità, qui, di intervistare in anteprima, al fine di rivelarci ulteriori dettagli della sua opera.

Voynich ed il suo Manoscritto

Luca Bagatin: Aldo Gritti, dunque…preferisce che la chiami Signor Gritti oppure Padre ?

Aldo Gritti: Sacerdote lo sono, ma per motivi legati al mio incarico, utilizzo uno pseudonimo.

Luca Bagatin: Le pongo subito una domanda a bruciapelo: quanto c’è di reale nel suo romanzo ?

Aldo Gritti: Tutte le sezioni storiche, riportate nei flash-back, sono frutto di ricerche e anche di dichiarazioni scritte dallo stesso Voynich.

Luca Bagatin: Che cosa ha portato lei, sacerdote cattolico, ad occuparsi del Manoscritto Voynich ?

Aldo Gritti: La ricerca del lume della verità. E’ un secolo che studiosi di tutto il mondo compulsano quella pergamena, azzardando le ipotesi più svariate, fino a tirare in ballo persino gli…alieni, senza offrire alcuna decrittazione. C’è un tempo per ogni cosa. Adesso è giunto il momento di togliere il velo alla “sfinge” muta, come da molti definita la pergamena Voynich.

Luca Bagatin: Come è riuscito a collegare le vicende inerenti a Pierre Curie, Rosa Luxemburg, Voynich e l’affondamento del Titanic ?

Aldo Gritti: E’ dal manoscritto che emergono questi tragici eventi. Ma non hanno collegamento fra loro. Essi sono il risultato delle informazioni fornite – tramite alcune pagine del manoscritto – dalla spia-Voynich alle Potenze straniere cui si era venduto.


Luca Bagatin
: Possiamo dunque dire che si sono finalmente svelate le ragioni della tragica morte di Pierre Curie, investito da un carro, ed il ritrovamento del corpo di Rosa Luxemburg, novant’anni dopo, negli scantinati dell’ospedale Charité di Berlino ?

Aldo Gritti: Circa la morte di Curie ritengo di sì. Per la Luxemburg è una mia ipotesi che il corpo della Charité sia il suo, considerato che il Governo tedesco ha voluto chiudere l’affaire con una rapida autopsia “di Stato” lasciando quel cadavere senza nome. Il Manoscritto Voynich non può far cenno al ritrovamento di un corpo avvenuto nel 2007 !

Luca Bagatin: Nemmeno l’affondamento del Titanic, dunque, fu davvero casuale ?

Aldo Gritti: Assolutamente no. D’altronde è sempre stato ipotizzato che fosse un incidente programmato. La decrittazione del foglio 46 verso del Manoscritto lo conferma.


Luca Bagatin: Qual è il polveroso volume che ha permesso di decifrare gli incomprensibili glifi della pergamena ?

Aldo Gritti: Il “De Furtivis” (edizione 1602) del crittologo partenopeo Della Porta. A ogni glifo corrisponde una “parola variabile”, secondo lo schema prefissato e da Voynich adattato in base alle sue esigenze. Questo particolare è fondamentale. Finora gli studiosi ritenevano che ad ogni glifo corrispondesse una lettera e ciò li ha portati fuori strada.


Luca Bagatin: Nel suo romanzo, alla pag. 381 è l’immagine che riporta la “voce” di quest’opera, tratta da uno dei cataloghi di Voynich…

Aldo Gritti: Appunto. Era sotto gli occhi degli esperti che si sono arrovellati a cercare altrove il sistema di criptazione. Avrebbero dovuto cercare molto più vicino…

Luca Bagatin: Con il suo thriller-verità, possiamo davvero scrivere la parola “the end” sul Manoscritto Voynich ?

Aldo Gritti: Per chi vuole credere, dovrebbe chiudersi il “capitolo Voynich”. Ma i miti sono duri a morire e, anche se la verità stenta a trionfare, i suoi nemici prima o poi finiscono col “perire”.

Luca Bagatin: Può dirci come è riuscito a trovare la chiave di decrittazione del Manoscritto Voynich ?

Aldo Gritti: Il caso ha voluto che entrassi in possesso della documentazione, consegnata dallo stesso Voynich a un confratello e poi giungesse a me. Tutto ciò, affinché – a 80 anni dalla sua morte – fosse divulgata la verità.

 

Luca Bagatin: Un ripensamento di Wilfrid Michael Voynich ?

Aldo Gritti: Un esame di coscienza direi, una confessione, anche se rivelabile ottant’anni dopo la sua dipartita. Confessarsi è il fuoco interiore dell’anima.


Luca Bagatin: Il salmo 129 col quale si apre il libro è il De profundis, vero?

Aldo Gritti: Corretto ed è per Voynich. Lo sa che lei è l’unica persona ad avermelo chiesto ?