La verità vale più di un'identità

Archivio per luglio, 2012

Quando i Conti cominciano a tornare

Riportiamo qui di seguito l’intervento di Giorgio Conti, collaboratore di Aldo Gritti, dal quale emergono ulteriori ed interessanti notizie. Nel ringraziare Giorgio precisiamo che il suo commento è stato inserito nel post relativo alla presentazione de “I custodi della pergamena proibita” avvenuta a Pescara.

In primis mi corre l’obbligo di ringraziare i curatori di questo blog per l’accuratezza con cui lo hanno realizzato e per lo spazio dedicato alla locandina. La presentazione del libro di padre Gritti, a Pescara, si é svolta in un clima di interesse, curiosità e meraviglia.L’affluenza di pubblico é stata notevole, grazie forse anche alla vostra pubblicità.

Mi piace ora relazionare in breve sul Convegno Internazionale tenutosi a Villa Mondragone, presso Frascati, il giorno 11 maggio 2012 ( dettagli dell’evento si possono ottenere al link : http://www.voynich.nu/100.html ndr)  e dedicato al presunto ritrovamento del manoscritto Voynich, conosciuto anche come Ms 408, attualmente conservato presso la Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale. La mia partecipazione al convegno ( dovuta alla cortesia e all’ospitalità del Prof. Franco Giannini, Presidente di Villa Mondragone ) é consistita in una concisa relazione ( circa 5 minuti ) sulla nuova e rivoluzionaria tesi esposta nel libro di p. Aldo Gritti, formulata in base ai documenti in possesso dell’autore e alle indagini da lui effettuate. A tal proposito é doveroso precisare che io ho fatto parte del team di ricerca del sacerdote. L’uditorio sembrava attento alle notizie da me fornite, ma credo invece che io sia risultato quasi un personaggio “blasfemo” che infrangeva il loro INVIOLABILE MITO. Ho comunque dichiarato che i documenti di padre Gritti erano a disposizione di chi ne fosse stato interessato, ma i convenuti sembra abbiano fatto orecchie da mercante.

Gli interventi, 11 come dal programma dei lavori, hanno avuto la durata media di 30 minuti ciascuno, ad eccezione di quello di Greg Hodgins, illustrante l’analisi effettuata con il radiocarbonio-14 al fine di datare con sicurezza la pergamena. Lo stesso Hodgins ha avanzato l’ipotesi che il manoscritto sia un falso realizzato dallo stesso Voynich. Infatti, in una delle tante diapositive con le immagini degli ipotetici autori del Ms., era presente anche la foto di W.M.Voynich indicata dallo stesso Hodgins. L’uditorio è rimasto in silenzio. Ma alla fine dell’intervento, non è mancato l’applauso di cortesia. (é proprio nell’abstract stesso della presentazione di Hogins che viene affermato : “Radiocarbon dating identifies when the animal that produced the parchment lived, not when the finished parchment was written upon, so there is a formal possibility the Voynich MS was created at a later date.”  Traduzione: “La datazione al radiocarbonio individua quando l’animale da cui è stata ricavata la pelle per la pergamena ha vissuto, non quando è stato scritto sulla pergamena, quindi c’è una possibilità formale che il MS Voynich sia stato realizzato in una data successiva.” ndr)

Le relazioni sono state tutte dei monologhi, pertanto dissonanti, in quanto i relatori hanno presentato tesi completamente differenti l’una dall’altra, concordando solo ed esclusivamente su una ed una cosa : il Ms 408 é un’opera realizzata nel medioevo. In pratica é stato come ascoltare un concerto dove ogni strumento suonava per conto suo, come se ogni relatore parlasse solo per convincere se stesso della veridicità delle argomentazioni esposte ( in base alla nota teoria del più lo affermi e più ti convinci ). Mi ha particolarmente divertito ( in riferimento alle tre figurine disegnate e alle righe di testo riportate sull’ultima pagina del Ms, puntualmente decodificate da p. Gritti e riportate ne “I custodi della pergamena proibita” ) l’intervento di Johannes Albus, illustrante una fantascientifica ricetta medica medioevale, in base alla quale il fegato di caprone e la cera d’api sarebbero un toccasana per le ferite.

Concludo scusandomi per il ritardo con cui posto questa comunicazione, ringraziando per l’ospitalità e complimentandomi nuovamente per il blog.

Giorgio Conti

E’ interessante segnalare che mentre scriviamo queste righe abbiamo scovato in rete una particolare discussione. Il dialogo telematico è iniziato il 25/07/2012 (6 giorni fa) e l’ultimo messaggio è stato scritto solo 2 giorni fa (29/07/2012), non è escluso che si possano aggiungere ulteriori messaggi… Il titolo della discussione è “Wilfrid Voynich,  Forger?” (Wilfrid Voynich è un falsario?). Il caso vuole che in questa discussione si parli di: Reilly, pergamene intonse, spie, Hebborn, mappa di Vinland, Michael Barlow, libreria Franceschini… tutti temi trattati in queste settimane nel nostro BLOG e decisamente oggetto di indagine della ricerca di Gritti . Qui trovate il link

 


Mezzogiorno di fuoco

Recensione de “I Custodi della Pergamena Proibita” apparsa sul Corriere del Mezzogiorno del 21/07/2012. Riadattamento Grafico.


Un autorevole commento da Oxford

Riportiamo un commento della Dr. Anna Castriota che è voluta intervenire sul nostro BLOG ed in particolare sul post relativo alla diatriba tra Voynich e Vizitelly. La ringraziamo sentitamente per il suo intervento.

Salve! devo prima di tutto fare i complimenti a questo blog di cui sono già stata ospite. E’ davvero ben strutturato e ricco di informazioni preziose sul Manoscritto 408, meglio conosciuto come il ”Manoscritto Voynich”. Mi collego quasi quotidianamente a questo sito (impegni e collegamento internet permettendo) e devo dire che sono sempre sorpresa -in modo positivo- dall’abbondanza di materiale acquisito e messo a disposizione del lettore. Inoltre noto con piacere che il presente blog sta avviando una discussione tra internauti riguardo al libro di P. Gritti. E’ importante che ciò avvenga poiché il romanzo ”I Custodi della Pergamena Proibita” merita tutta la pubblicità possibile.

Ho collaborato personalmente con Padre Gritti sulla ricerca del periodo storico in cui si muoveva Voynich (sono docente di ideologie politiche e storia del 20mo secolo ad Oxford). L’abitudine di creare codici cifrati per comunicare messaggi militari o politici è sempre stata pratica comune nel mondo dello spionaggio. Lo era al tempo di Voynich e lo è adesso. Chi non ricorda, per esempio, il ”Codice Enigma” durante la seconda guerra mondiale? ci volle un genio della matematica come Alan Turing per riuscire a decifrarlo. Quindi niente di nuovo sotto il sole. Allora perché il Manoscritto Voynich provoca resistenze da parte del mondo accademico e non, quando si prova a palesarne un significato ed un’origine diversi? A questo proposito devo confessare che ho riletto con molto interesse sia l’articolo di Barlow che la polemica a mezzo stampa tra Voynich e Vizetelly nel 1921 riportati sul blog (complimenti per il lavoro di ricerca). Ci si chiederà come mai a queste voci dissonanti non sia mai stata data la giusta attenzione o il giusto credito. Il motivo è semplice: sia nel 1921, sia attualmente, ci sono interessi che vanno mantenuti. Nuocerebbe enormemente alla Yale University se si diffondesse che una delle sue maggiori ”attrazioni” è in realtà un falso del 20mo secolo. Infatti la reputazione del corpus accademico di quella università ne uscirebbe danneggiata. Inoltre se si accettasse il vero significato celato dal Manoscritto, bisognerebbe riscrivere buona parte della storia del periodo pre e post prima guerra mondiale. Bisognerebbe cioè rivedere e rivisitare il periodo storico tra l’ultima decade del 19mo secolo e le prime due decadi del 20mo secolo. La reputazione di paesi come gli Stati Uniti, per esempio, ne andrebbe pesantemente di mezzo considerando anche il ruolo di superpotenza che questa nazione oggi riveste a livello mondiale. Ecco perché personaggi come Vizetelly o Barlow, ed ora Padre Gritti, vengono attaccati o, nella migliore delle ipotesi, ignorati.
Hanno evidenziato (nel caso di Vizetelly e Barlow) incongruenze importanti o provato (nel caso di Padre Gritti) il vero significato del Ms408 che per molti dovrebbe continuare a rimanere nascosto, preferendo l’ipotesi che la paternità del Manoscritto sia attribuibile a Ruggero Bacone (come lo stesso Voynich inizialmente tentò di fare) o che sia un falso ma non di epoca moderna. Concludo il mio intervento con una citazione presa liberamente dal romanzo di U. Eco “Il Pendolo di Foucault” : “Se si vuole celare un segreto, basta renderlo noto a tutti”.

Dr. Anna Castriota


Eric il falsario… Yes, he can! 

Ci piace raccontare qualcosa di Eric Hebborn, falsario inglese dalle sfumature leggendarie, in grado di far passare per autentici un Bruegel o un Pontormo realizzati da lui stesso. E’ assai probabile che i musei e le gallerie di tutto il mondo mettano in mostra ancora sue opere accreditate a ben più famosi artisti di ogni epoca. La morte del re dei falsari è sopravvenuta il 10 gennaio 1996, in un ospedale di Roma, la città che lo ospitava da anni e che in quel giorno lo dimenticò considerandolo troppo frettolosamente un clochard. Finì in ospedale perché ubriaco e vittima di una maldestra passeggiata che gli procurò l’incidente fatale. Probabilmente non si saprà mai se fu davvero un incidente o qualcosa di diverso.

Il maestro dell’imbroglio d’arte fu reo confesso in un libro apparso in Italia nel 1994 ( Troppo bello per essere vero – Autobiografia di un falsario, Neri Pozza Editore) di lì a poco seguì l’ancor più pratico Manuale del falsario. Viene qui di seguito presentata un’intervista fatta allo stesso Eric Hebborn e andata in onda su Canala 5 poco prima della sua prematura e misteriosa morte. Dopo averla vista faremo insieme qualche considerazione…

Prima di effettuare qualsiasi osservazione specifichiamo che il testo “The Art Forger’s Handbook” di Hebborn fa parte della bibliografia del romanzo “I custodi della pergamena proibita” di Aldo Gritti.

Numerosi musei e gallerie rifiutarono di ammettere che i Pontormo e i Bronzino, ma anche i Piranesi, i Tiepolo e i Corot che tenevano esposti, fossero in realtà degli Hebborn. Solo in un secondo tempo ritirarono con discrezione le opere… Ergo: quando si palesa la falsità di qualsiasi opera c’è da fare i conti con gli interessi del proprietario.

In riferimento a quanto detto nell’intervista dallo stesso Hebborn e relativo al reperimento dei fogli sui quali disegnava, se facessimo un esame al radiocarbonio di un suo disegno, secondo voi, che datazione otterremmo? ma soprattutto: il risultato di quell’esame ci direbbe ancora qualcosa sulla sua autenticità?

Perchè i più importanti musei del mondo sono stati ingannati anche se mai avrebbero ammesso il contrario, mentre non dovrebbe essere possibile per altri falsificare una pergamena antica in epoca moderna?

Hebborn è stato un genio randagio e solitario? Oppure ci sono e ci sono stati altri falsari che rendono i musei e le gallerie del mondo dei siti in cui avvengono potenziali esposizioni di altri oggetti non autentici? Quanto è diffusa l’arte della falsificazione? e quante persone potenti sono interessate a non far sapere niente di questo mondo?

Per ulteriori approfondimenti sulla storia di Eric Hebborn segnaliamo due link:

sul mistero della sua morte (qui)

sulla sua biografia (qui)


1921… La diffidenza di Vizetelly

  

Il 26 Marzo del 1921, a pagina 4 dello storico quotidiano New York Tribune, appariva un piccolo articolo (vedi immagine 1) che annunciava una particolare notizia:

Immagine 1. Articolo originale digitalizzato del New York Tribune pubblicato il 26 marzo 1921. Per navigare sull’intera pagina del quotidiano clicca sull’immagine.

Bacone usava il telescopio nel XIII secolo

Il manoscritto cifrato prova che era già noto anche il microscopio

“La scoperta di manoscritti cifrati rozzamente illustrati dimostra che Ruggero Bacone, vissuto nel XIII secolo, già utilizzava microscopi e telescopi all’avanguardia, strumenti generalmente attribuiti ad inventori del XVII secolo”. La notizia è stata resa nota dal dottor Wilfred M. Voynich, noto bibliografo. “I disegni rivelano”, egli ha detto, “che Bacone osservò oggetti celesti e particolari anatomici mai osservati prima e visibili agli occhi umani solo quattrocento anni dopo. Il dottor William Romaine Newbold, dell’università della Pennsylvania, ha scoperto la chiave per decifrare il codice utilizzato da Bacone nel redigere la sua opera e ora è in grado di decriptarlo”, ha affermato il dottor Voynich e poi ha aggiunto “per secoli il manoscritto è passato di mano in mano senza che a nessuno fosse noto il contenuto”. Il dottor Voynich e il dottor Newbold stanno per descrivere le loro scoperte il mese prossimo presso il College of the Physicians.

 Il 31 Marzo 1921 il New York Tribune, a pagina 8, pubblica una lettera all’editore, datata 26 Marzo (vedi immagine 2), in cui Frank Horace Vizetelly, lessicografo etimologista ed editore di origine inglese, residente a New York, chiede chiarimenti su quanto riportato dal dottor Wilfred Michael Voynich in merito alla notizia data il giorno 26 sul New York Tribune: la scoperta di un manoscritto cifrato il quale dimostra che Ruggero Bacone utilizzò potenti microscopi e telescopi. L’annuncio riguarda inoltre la scoperta della chiave del codice usato da Bacone ad opera del dottor William Romaine Newbold. Vizetelly pone a Voynich una domanda diretta e lo fa proprio nella chiusura della lettera.

“Ciò che è particolarmente interessante sapere circa l’annuncio del Dr. Wilfred Voynich, noto bibliografo, è : Da dove viene ‘il manoscritto cifrato rozzamente illustrato’? e come possiamo assicurarcene? E’ possibile che sia parte del bottino della desolata Douai?” 

Immagine 2. Rielaborazione grafica della lettera originale di Vizetelly pubblicata il 31 marzo del 1921 sul New York Tribune. Clicca sull’immagine per la traduzione completa e il link alla pagina completa del quotidiano.

 Il 4 aprile, sempre sulle pagine del New York Tribune (vedi immagine 3), Voynich  risponde a Vizetelly in questo modo: 

Immagine 3. Rielaborazione grafica della lettera originale pubblicata il 4 aprile 1921 sul New York Tribune. Clicca sull’immagine per accedere alla pagina originale completa del quotidiano.

 

Il Telescopio di Ruggero Bacone

Anche il suo microscopio appare nel manoscritto cifrato del Dottor Voynich

All’editore del Tribune

Sig: la lettera, peraltro molto interessante, di Frank H. Vizetelly sul mio manoscritto cifrato di Ruggero Bacone, apparsa sul numero del 31 Marzo, contiene alcune imprecisioni che vorrei correggere. Nel dare alcune informazioni alla stampa in merito alla conferenza sul mio manoscritto, che avrà luogo a Philadelphia e sarà tenuta dal Prof. W. Romaine Newbold, il Dott Clarence E. McClung e da me, non ho mai dichiarato che Ruggero Bacone avesse inventato o costruito un microscopio, ma ho riportato in parte un paragrafo dell’ annuncio delle conferenze in cui si dichiara che i disegni nel mio manoscritto provano che Ruggero Bacone possedesse un microscopio ad alta risoluzione ed un telescopio e attraverso questi strumenti abbia visto e disegnato oggetti celesti e parti anatomiche che, per quello che sappiamo, non sono mai stati osservati prima da occhio umano e non saranno osservati per secoli.

Ciò è rilevante poiché molti studiosi di Storia delle Scienze, discutono sull’eventualità che Bacone abbia costruito un telescopio o abbia solo scritto la teoria dell’ottica. Mr. Vizetelly fa riferimento al fatto che il Dr. Smith nel suo “Sistema Completo sull’Ottica” deduce che Bacone non ha mai osservato attraverso un telescopio. Per quanto riguarda i riferimenti fatti da Mr. Vizetelly e relativi ad Alkendi e ad Alhazan, predecessori di Bacone nello studio dell’ottica, va considerato che Bacone era a conoscenza degli studi di questi e di altri lavori di matematici arabi e ne fa infatti riferimento nei suoi scritti.

Mr. Vizetelly è ovviamente in errore quando suggerisce che il Ms. in mio possesso possa far parte del bottino dei tedeschi quando hanno occupato Douai. Il Ms. di Bacone di Douai ( rifermento Bacone n°691), contenente cinque manoscritti di Bacone, è scritto in latino ed è del diciassettesimo secolo. E’ stato descritto dal Prof. E. A. Charles e da Victor Cousin in una serie di 5 articoli apparsi sul “Journal des Savants” nel 1848 ed è riportato dal Prof. A. G. Little che nel 1911 catalogò tutti i manoscritti conosciuti di Ruggero Bacone.

Il mio manoscritto è stato scritto nel tredicesimo secolo, in cifrato, non in latino e non rivela l’autore. E’ stata una mia supposizione che fosse di Ruggero Bacone, ma solo l’incredibile scoperta della chiave decrittatoria del manoscritto ad opera del Prof. Newbold ha confermato che l’autore fosse effettivamente Ruggero Bacone.

WILFRID M. VOYNICH

2 Aprile 1921

Ed ecco che il 22 Aprile viene pubblicata sullo stesso quotidiano la controreplica di Vizetelly (vedi immagine 4), dalla quale si evince come già agli inizi c’era chi diffidava delle parole di Voynich:

Immagine 4. Rielaborazione grafica della lettera pubblicata dal New York Tribune il 22/04/1912. Clicca l’iimagine per visualizzare l’intera pagina originale del quotidiano.

Il Manoscritto di Ruggero Bacone

Mr. Vizetelly ancora dubita che lo scienziato abbia usato un telescopio

All’editore del Tribune

Sig: “Non c’è persona più cieca di chi non vuol vedere” e anche se in un antico manoscritto essi trovassero delle lenti di un telescopio non riuscirebbero comunque a fargli fare le cose per cui sono nate. Dove ha ottenuto il ‘Bacone’ il dottor Voynich? E come? Perché così tanto mistero intorno alla vicenda? Dopo tutto, che sia di Bacone, o di un semplice cinghiale di Simonide, è per caso Voynich che può imporlo? Egli afferma che io sono “ovviamente in errore nel fare l’ipotesi che il manoscritto possa essere stato saccheggiato dai Tedeschi quando essi occuparono Douai”. Io non ho fatto tale ipotesi, ma ho formulato una domanda netta alla quale non è stata data una risposta franca. Invece qualcun altro dice che il dottor Voynich abbia “acquistato il manoscritto da un monastero in Europa”, il che suscita la domanda “Quale monastero e quando?”. Il Dottor Voynich dice che vuole “correggere alcune imprecisione e deduzioni” contenute nella mia lettera del 26 marzo. Non si deve cavillare sulle parole. Se correttamente riportato, il dottor Voynich ha dichiarato: “Ruggero Bacone ha usato un microscopio e un telescopio ad alta definizione”. Non è stato accusato di dire “Ruggero Bacone ha inventato o costruito un telescopio”. […]Al giorno d’oggi è doveroso che gli studiosi “giochino la propria partita” con le carte sul tavolo. Il mondo moderno chiede di sapere di più, non gli basta che lo scopritore di un manoscritto, nonché proprietario, dichiari che è certamente provato che la teoria della relatività di Einstein è stata scoperta da Ruggero Bacone che con l’aiuto di un telescopio l’ha poi messa per iscritto in forma cifrata 600 anni fa solo perché servisse come una ‘minestra riscaldata’ 600 anni dopo. Nient’altro che la constatazione della produzione dello strumento stesso può servire a provare che Bacone abbia realmente utilizzato un telescopio all’avanguardia, ed anche in quel caso la prova sarebbe solo indiziaria.

FRANK H. VIZETELLY

New York, 18 Aprile 1921

Proprio in calce a questa lettera, il New York Tribune fa una precisazione su una dichiarazione di Voynich del giorno precedente:


E’ stato riportato ieri che il dottor Voynich ha dichiarato che il Manoscritto di Bacone faceva parte di un lotto che egli comprò nel 1912 da una collezione del Duca di Parma, Ferrara e Modena

Solo molto tempo dopo si arrivò ad un’altra versione relativa all’origine del manoscritto e cioè quella di Villa Mondragone a Frascati.


Un Barlowme nella notte

Era l’ottobre del 1986 quando sulla rivista Cryptologia (vol.10, n°4) venne pubblicato un articolo a firma Michael Barlow dall’inequivocabile titolo: “Il manoscritto Voynich: realizzato dallo stesso Voynich?”. In questo lavoro sono presentati molti dei temi trattati nel romanzo “I custodi della pergamena proibita” di Aldo Gritti, su tutti: la tesi più importante, quella secondo la quale il famoso MS408 è un manoscritto realizzato dallo stesso Voynich.

Immagine originale della prima pagina dell’articolo disponibile al link http://www.tandfonline.com

L’articolo di Barlow prende spunto dalla monografia di Mary D’ImperioVoynich Manuscript: an elegant enigma” ed evidenzia come in questo saggio vengano descritti minuziosamente tutti i tentativi effettuati per dare un significato al manoscritto, risultando, in definitiva, una sorta di “punto della situazione” degli studi effettuati fino al 1976. La sensazione che si ha è quella che lo stesso Barlow prenda a pretesto il saggio della D’Imperio per effettuare a sua volta un “punto della situazione” sul “punto della situazione”. E’ con toni tra l’ironico e il sarcastico che l’autore sottolinea che non si ha ancora alcuna risposta alle mille domande generate dall’enigmatico manoscritto e che per questo sarebbe auspicabile che le ricerche proseguano per averne almeno una. Contemporaneamente, però, si può fare affidamento su quelli che possono essere considerati gli unici punti fermi raggiunti, frutto di decenni di studi, e che l’articolo riassume in questo modo:

  • I botanici sostengono che la sezione botanica non ha alcun senso.
  • Gli astronomi sostengono che la sezione astrologica non ha alcun senso.
  • Anche gli astrologi dicono che la sezione astrologica non ha alcun senso.
  • Gli esperti in farmacologia dicono che la sezione farmacologica non ha alcun senso.
  • I crittografi affermano che la cifratura non ha alcun senso.
  • Gli storici dell’arte non riescono a datare i disegni.
  • I bibliografi non riescono a datarne la scrittura.
  • Non esiste alcun esempio simile per stile, presentazione o produzione.

Sono passati altri 26 anni dalla pubblicazione di questo articolo e non è difficile verificare come quei punti fermi citati da Barlow siano ancora gli unici definibili come tali, a parte la datazione della pergamena al radiocarbonio 14 del 2009. L’autore dell’articolo, infatti, elenca gli insuccessi relativi alla comprensione del manoscritto per evidenziare altre caratteristiche che ruotano intorno alle pagine del Voynich e che risultano quantomeno sospette. In particolare Barlow si chiede come mai, almeno fino al 1986, non siano mai state compiute analisi scientifiche sui pigmenti o sulla pergamena, ed inoltre afferma che pur essendo evidente che alcuni studiosi del manoscritto abbiano considerato l’ipotesi che potesse trattarsi di un falso, gli stessi hanno voluto seguire quegli ‘indizi’ i quali indicavano che, se di frode si trattava, questa era compiuta nel 1650 ai danni di Rodolfo II di Praga. Tuttavia appare evidente che questi ‘indizi’ siano originariamente suggeriti proprio dallo stesso Voynich.

A questo punto nell’articolo di Cryptologia vengono affrontate alcune questioni particolarmente importanti. Michael Barlow, infatti, focalizza quali siano i soli fatti certi ed incontrovertibili per poi arrivare a porsi una domanda:

  • Voynich presenta al mondo il manoscritto nel 1921
  • Voynich dichiara di averlo acquistato nel 1912. Nove anni prima.
  • Voynich ha speso una cifra considerevole per acquistare il libro, non senza superare delle avversità per ottenerlo.
  • Voynich acquista un manoscritto unico e particolarmente insolito.

Come mai invece di urlare ai quattro venti la sua scoperta, come farebbe qualsiasi buon venditore, il libro non viene aperto se non nel 1921 quando  – sorpresa! – viene trovata una lettera all’interno, guarda caso del 1665 (o1666), e che lo stesso Voynich aveva omesso di leggere? Come mai dopo aver speso tempo, risorse, affrontato problemi e trovandosi di fronte un libro incomprensibile non c’è stata più attenzione rivolta alla presenza o meno di questa lettera?

Ma Barlow va oltre. Sottolineando come la vendita del manoscritto a Voynich avvenga ad opera dei Gesuiti di Villa Mondragone e come la biblioteca del collegio fosse stata donata al Vaticano sin dal 1620, si chiede:

  • Il Vaticano avrebbe dovuto dare la sua approvazione circa la vendita?
  • Sembra che la vendita dovesse rimanere segreta per tutelare ulteriori eventuali acquisti. Segreta per chi? Per il Vaticano?
  • Perché il venditore non ha venduto il MS al miglior offerente?
  • Nessun altro commerciante era a conoscenza di questa offerta?
  • Non appare invece tutto ciò come un modo pulito per Voynich per calare una tenda su di un passato troppo facilmente ripercorribile?
  • Siamo sicuri che il MS venduto a Villa Mondragone sia lo stesso MS che oggi chiamiamo Manoscritto Voynich?
  • E’ possibile poi che questo manoscritto sia rimasto a Villa Mondragone per 247 anni, come ipotizzato dallo stesso Voynich, senza che nessuno gli prestasse attenzione?

Tralasciando il giallo della firma cancellata di Jacobus Horcicky de Tepenecz, Barlow fa notare un’ altra particolare coincidenza: Voynich in prima battuta suggerisce che il manoscritto potesse essere stato opera di Ruggero Bacone e quindi implicitamente di aver subìto quattro secoli di silenzio. Lo stesso Voynich afferma però che  “è dopo qualche tempo che il manoscritto fu nelle mie mani che lessi il documento che portava la data del 1665 ( o 1666)…”. Voynich si riferisce alla lettera di Marci che, guarda caso, avvalora la tesi che il manoscritto sia opera di Bacone. Insomma Voynich e Marci sembra la pensino allo stesso modo. Nemmeno se Voynich l’avesse scritta di suo pugno sarebbe potuto arrivare un documento che potesse sostenere in modo migliore la sua tesi!

Ovviamente, tra le righe dell’articolo di Cryptologia, sorgono ulteriori domande: Chi meglio di un commerciante di libri antichi poteva sapere che un libro “pieno di geroglifici” esisteva (il riferimento è a quello di John Dee 1600) e che sarebbe tornato alla ribalta sotto Rodolfo II ? Quale suggerimento migliore si poteva dare se non quello di attribuire l’ambientazione del MS Voynich sempre alla corte di Rodolfo II ? E ancora: chi meglio di un commerciante di libri antichi avrebbe potuto procurarsi della pergamena intonsa? Chi meglio di qualcuno vissuto tra il 1912 e il 1920 avrebbe potuto produrre un testo manoscritto senza errori e in un tempo molto minore di quello necessario nel 15° secolo utilizzando tecnologie più evolute?

In definitiva Barlow arriva a formulare delle conclusioni al suo molto sorprendente articolo:

  • L’incontestato valore economico del libro potrebbe essere un fattore che impedisce l’accertamento della frode. 
  • La “bufala” dell’uomo di Piltdown (1911) e la biografia di John Dee pubblicata  da Fell-Smith (1904) sarebbero potuti essere due degli eventi che hanno ispirato e supportato Voynich nella generazione del falso.
  • Sarebbe opportuno sapere di più circa l’uomo Voynich.
  • Non sono ben chiari i motivi per cui Voynich avrebbe voluto produrre questa frode.
  • Tutti i misteri legati al manoscritto potrebbero essere spiegati esaustivamente se questo venisse considerato un’opera realizzata dallo stesso Voynich

Proprio alla conclusione dell’articolo di Cryptologia, l’autore quasi profetizza: “[…] Forse Voynich era un uomo in grado di gioire in segreto dei fallimenti ottenuti dai suoi colleghi nel tentativo di svelare il contenuto del manoscritto, ma magari quest’uomo avrebbe potuto anche lasciare una lettera al suo direttore di banca, da aprirsi dopo la sua morte e con il fine ultimo di spiegare ogni cosa. Probabilmente questa lettera esiste, ma con un’attesa di tempo superiore, forse 100 anni. […]”

In chiusura alcune osservazioni che vogliono aggiungere  i curatori di questo BLOG con la speranza che possano essere motivo di riflessione per quei lettori che passeranno a leggere questo post. Non possiamo far a meno di notare che l’ipotesi di Michael Barlow è citata sempre molto a margine, se non addirittura per nulla, tra l’elenco delle ipotesi formulate sul MS Voynich. Eppure di tutte è la meno confutabile e quella che ancor oggi può dare più risposte alle mille domande aperte sul mistero legato al manoscritto. La sintesi dell’articolo qui riportata, non rende giustizia all’insieme delle incongruenze segnalate e quindi invitiamo ad approfondire direttamente sull’articolo originale disponibile in download, purtroppo a pagamento, al seguente link.

Ci sembra doveroso sottolineare che a distanza di 26 anni dalla pubblicazione di questo articolo, gli studi scientifici auspicati dall’autore, scarseggiano. Le analisi dei materiali effettuate ci sembrano essere insufficienti e ci si chiede perché non venga effettuato uno ion migration test sul MS che permetta di verificare quando l’inchiostro è entrato in contatto con la pergamena. In conclusione ci sembra che Aldo Gritti risponda esaustivamente al lavoro di Barlow rispondendo a molte delle domande presenti nell’articolo di Cryptologia del 1986. Gritti, seppur in chiave di fiction, completa un quadro storico finora del tutto oscuro dando luce al contesto in cui operava l’uomo Michał Habdank-Wojnicz. Aggiunge la descrizione di fatti, eventi e prove a sostegno della tesi che vede Voynich stesso come autore di una delle più grandi farse mai realizzate. Ogni pezzo del puzzle trova il suo posto e il quadro finale risulta in egual misura chiaro e sconcertante. Come è possibile che l’articolo di Michael Barlow sia stato risucchiato in un tornado di assordante silenzio? C’è un legame tra la profezia alla conclusione dell’articolo e Aldo Gritti?

 

 

 

 

 


Gialleggiando sul Sole24ore…

Riadattamento grafico della recensione tratta dalla rubrica “Gialleggiando” di Mauro Castelli e pubblicata su “Il Sole 24 Ore” di domenica 08/07/2012


Lux et Veritas

Alla Beinecke Library dell’Università di Yale esiste un altro documento che da molti studiosi è ritenuto un falso. Si tratta della mappa di Vinland. Qui di seguito riportiamo le informazioni relative a questa mappa disponibili su Wikipedia. Ci ripromettiamo, magari anche con il vostro aiuto, di inserire una sezione specifica di approfondimento relativa ai falsi storici più famosi. L’intento in definitiva è di fare nostro il motto stesso della Yale: Luce e Verità.

La Mappa di Vinland

(Da Wikipedia, l’enciclopedia libera)

La Mappa di Vinland: rappresenta tutto il mondo conosciuto nel XV secolo. Il Vinland è la grande isola in alto a sinistra, a sud-ovest della Groenlandia.

La mappa di Vinland (in inglese: Vinland Map) è una presunta carta geografica del XV secolo copia di un originale del XIII secolo. Essa è disegnata con inchiostro su pergamena e le sue dimensioni sono 28×40 cm. Essa rappresenta tutta l’ecumene nel XV secolo: oltre ad includere Europa, Asia e Africa, rappresenta anche Islanda, Groenlandia e più ad ovest, una terra denominata Vinilanda Insula (“isola di Vinland”), con un’iscrizione che parla della sua scoperta da parte dei Vichinghi nell’XI secolo. Nell’Atlantico sono inoltre disegnate alcune isole presenti in resoconti leggendari come quello della navigazione di san Brandano.

Lo scalpore suscitato dalla sua scoperta deriva proprio dal fatto di raffigurare, nel mondo allora conosciuto, la Vinilanda Insula: se autentica, la mappa di Vinland conterrebbe quindi la più antica rappresentazione del Nuovo Mondo, confermando eventualmente la tesi della frequentazione vichinga dell’America.

L’autenticità della mappa è stata però messa in dubbio sin dalla sua pubblicazione, nel 1965, e sia le analisi chimiche[1] che le monografie scientifiche[2] più recenti hanno indicato che si tratta di un falso.

Storia

La Mappa di Vinland venne trovata negli anni cinquanta in una biblioteca privata, rilegata insieme a un trattato intitolato Relazione Tartara, resoconto della spedizione in Mongolia del frate francescano Giovanni da Pian del Carpine.

Nel 1957 il trattato e la mappa furono offerti al British Museum che dopo averli esaminati rinunciò ad acquistarli perché la loro provenienza non era documentata e la rilegatura era recente, il che faceva sospettare che i due documenti non fossero originalmente uniti insieme. Inoltre la Relazione Tartara era sconosciuta e non vi era certezza della sua autenticità; i dubbi su di essa vennero fugati solo nel 2004 quando ne venne scoperta un’altra copia a Lucerna, in Svizzera.

La relazione e la mappa vennero quindi venduti dall’Italiano Enzo Ferrajoli a Laurence Witten, un libraio di New Haven, negli Stati Uniti, per 3500 dollari. Poco tempo dopo Witten e Thomas Marston, bibliotecario della Yale University, scoprirono che alcuni fori praticati dalle tarme corrispondevano a quelli presenti su un altro volume, una copia dello Speculum Historiae di Vincent de Beauvais, un testo sicuramente medioevale. Ciò dimostrava che i due libri e la mappa erano stati un tempo rilegati insieme.

La Yale University acquistò quindi entrambi i volumi per circa 300.000 dollari e nel 1965 pubblicò il libro The Vinland Map and the Tartar Relation, nel quale si sosteneva l’autenticità della mappa e si ipotizzava che fosse stata disegnata intorno al 1440, in occasione del Concilio di Basilea, e che le informazioni in essa contenute derivassero da un viaggio nel Vinland compiuto nel XII secolo da Eric Gnupsson, primo vescovo della Groenlandia, come affermano le iscrizioni sulla mappa stessa. A favore dell’autenticità si espressero anche molti partecipanti (ma non tutti) ad un convegno organizzato l’anno successivo dallo Smithsonian Institute.

La situazione cambiò nel 1974 quando la mappa venne sottoposta ad esami scientifici: Walter McCrone, l’autore degli esami, affermò di avere scoperto che l’inchiostro usato per disegnare la mappa era di fabbricazione recente, non anteriore al 1920. Nel 2002, l’esame del carbonio 14 ha mostrato che la pergamena su cui la mappa è disegnata risale alla prima metà del XV secolo; tuttavia resta la possibilità che un falsario moderno si sia procurato una pergamena d’epoca.

Studi scientifici

Nel 1974 e nel 1991, analisi effettuate dal microscopista Walter McCrone del McCrone Research Institute di Chicago sull’inchiostro della mappa, mediante spettroscopia XRD e SEM, rilevarono la presenza di particelle micrometriche di anatasio, una forma di ossido di titanio (TiO2). L’anatasio è utilizzato nella pittura con il nome di bianco di titanio, ma viene prodotto soltanto dal 1920, poiché prima non era possibile raffinarlo. McCrone concluse quindi che la mappa era opera di un falsario della prima metà del XX secolo, che avrebbe usato l’anatasio per simulare l’ingiallimento dell’inchiostro dandogli l’apparenza di antichità.

Un altro dato contrario all’autenticità era la precisione del disegno della Groenlandia, considerata anacronistica rispetto alla datazione presunta del XV secolo.

Negli anni successivi altri studiosi sostennero l’autenticità della mappa, asserendo che l’anatasio poteva essere un prodotto di degradazione naturale dell’inchiostro, e successive analisi, in contrasto con i risultati pubblicati da McCrone, documentarono concentrazioni di titanio molto basse, tali da poter essere considerate contaminazioni di altri inchiostri.

La spettroscopia Raman del 2001 di R. Clark e K. Brown, ricercatori del Christopher Ingold Laboratories dello University College di Londra, effettuata con laser rosso λ = 632.8 nm, rilevò due colori sulla pergamena: righe gialle e righe nere sovrapposte alle gialle, ma in gran parte svanite. L’analisi delle righe nere fornì indicazioni circa un inchiostro a base di carbone. L’analisi delle righe gialle mostrò un’elevata fluorescenza di fondo, dovuta a leganti organici, ma ciò non impedì la determinazione dell’anatasio. Il fatto che fosse presente solo in determinati punti della pergamena portò alla conclusione che la sua presenza sia intenzionale e non dovuta a contaminazioni ambientali. Nel libro The Tartar Relation, il resoconto del viaggio in Mongolia in cui la mappa fu rinvenuta, sono presenti le stesse linee nere, con risultati alle analisi diversi rispetto alla mappa. Questo proverebbe che i due documenti non sono opera della stessa mano. L’ipotesi conclusiva del gruppo di Clark rinforza quella di McCrone, e cioè che un falsario abbia creato l’effetto di deterioramento sulla pergamena con l’inchiostro gallotannato: il disegno sulla pergamena risalirebbe al XX secolo.

La datazione al radiocarbonio effettuata nel 2002 ha stabilito che la pergamena su cui la mappa è disegnata risale al 1434±11, ma ciò non esclude che il disegno possa essere di epoca posteriore. Il falsario, in questa ipotesi, avrebbe usato una pergamena antica per rendere più credibile la mappa.

Nel 2002 il periodico Sunday Times pubblicò l’opinione di una studiosa di rotte ed esplorazioni del Nord Atlantico. Secondo questa studiosa, il falso è attribuibile a padre Joseph Fisher, un gesuita austriaco, che avrebbe disegnato la mappa intorno agli anni Trenta, su un foglio di pergamena ricavato da un volume del 1440. L’esperta giunse a questa conclusione sulla base del confronto calligrafico e basandosi sull’esperienza in campo cartografico di padre Fisher, il quale si suppone abbia creato il falso in preda ad una profonda depressione, dopo che nel 1934 le sue credenziali accademiche erano state messe pubblicamente in discussione.